Fact checking

Caso Habanero, tra rischi di diffamazione (pochi), denunce mancate (tante) e una città che ha fatto finta di non sapere

Il post di un artista famoso ha scatenato una bufera mediatica sul genovese Emanuele Podestà e la campagna social #losapevanotutti

Genova. L’ultimo effetto in ordine di tempo rispetto a quanto sta accadendo da un paio di giorni a Genova e nel mondo di internet è che una band come Le luci della centrale elettrica ha annunciato che il concerto del 15 dicembre al teatro della Corte ci sarà, ma organizzato da un’agenzia, la International music and arts, e “nessun altro soggetto sarà coinvolto nell’organizzazione e nella produzione della data”.

Per “nessun altro soggetto”, naturalmente, si intende l’agenzia Supernova e il suo fondatore e proprietario Emanuele Podestà, organizzatore di eventi genovese poco più che trentenne, che è anche patron della casa editrice Habanero. E che è finito al centro di una tempesta mediatica, accusato di avere molestato un numero imprecisato di donne e ragazze. A fare scoppiare il caso su comportamenti di cui pare moltissime persone fossero a conoscenza, in una città (Genova) e un mondo (quello della musica indie) dove tutti sanno tutto di tutti, c’è voluto, però, un uomo. Lo sottolineiamo: la denuncia della violenza sulle donne molto spesso non è considerata se arriva da parte delle donne.

Ad ogni modo, Federico Fiumani, cantante della storica band new wave Diaframma, figura notissima nell’ambiente artistico underground, ha pubblicato su Facebook un paio di post, uno più criptico e l’altro esplicito, in cui spiega perché non suonerà al Supernova Festival, il prossimo 25 aprile a Genova. Questo:

Da quel post, in cui in maniera accorta Fiumani non fa né nomi né cognomi, è scaturita una serie infinita di condivisioni, commenti, meme, insomma quello che in linguaggio social si dice shitstorm, ma anche articoli su stampa locale e nazionale, su siti web musicali e non, e una campagna – #losapevanotutti – lanciata dal blog “Bossy” dove si invitano le ragazze che hanno subito violenze a vario livello a denunciare la cosa a uno specifico indirizzo mail, con la promessa di una tutela legale gratuita.

Ma i fatti, oltre al cambio di agenzia delle Luci della centrale elettrica (la faccenda è ancora da risolvere tecnicamente), oltre alla cancellazione dello spettacolo del cantante Blanco questa sera al locale Beautiful Loser (era organizzata da Supernova) e alla cancellazione dei profili social legati ad “Habanero” sono pochi altri: nei confronti di Emanuele Podestà sono state depositate, presso la procura di Genova, un paio di denunce, una poi ritirata. Eppure sono decine, centinaia, le ragazze – e anche qualche ragazzo – che raccontano di essere state infastidite, molestate, stalkerate, ricattate, picchiate, di avere ricevuto sputi in faccia o sigarette spente sul corpo, bottigliate in testa, e così via.

A Genova24 ci siamo chiesti come affrontare l’argomento persino prima che Federico Fiumani uscisse con il suo post più esplicito (ci era bastato il primo per capire che qualcosa bolliva in pentola).

E abbiamo deciso di concentrarci su due aspetti (+ uno). Primo. Come mai così poche denunce a carico di quello che è stato soprannominato “il Weinstein dell’indie”? Secondo. Cosa rischia Federico Fiumani, cosa rischia chi gli ha raccontato le cose che lo hanno spinto a uscire allo scoperto, cosa rischia chi pubblica commenti, esperienze personali o anche insulti che hanno per oggetto o soggetto Emanuele Podestà?

Lo abbiamo domandato a un’avvocato. Silvia Rocca, che collabora anche con il centro antiviolenza di via Cairoli prova a fare il punto: “Non ricordo, almeno a Genova, casi di questo tipo, le vicende di violenza nel 90% dei casi sono casi intrafamiliari e invece qui siamo di fronte a una persona che, secondo quanto emerso da alcuni racconti, avrebbe anche approfittato di una posizione di potere per ottenere qualcosa, io credo che in ogni caso molte ragazze non siano propense a far scattare denunce perché magari si sentono corresponsabili perché magari all’inizio hanno accettato avances e contatti, questo è uno dei fenomeni più diffusi”.

Uno degli altri ostacoli “classici” alla denuncia, da parte delle ragazze, è l’idea che possa essere “troppo tardi”, che se è passato molto tempo dalla violenza, non ci si possa più fare nulla. “Vero che per i reati normalmente procedibili a querela di parte c’è un termine di tre mesi che diventano 6 per la violenza sessuale – dice Rocca – ma io consiglio di denunciare comunque, sia perché possono emergere delle aggravanti che portano al procedimento penale d’ufficio, sia perché esistono le cause civili”.

Altro tema è quello del rischio, per chi oggi sta facendo emergere la “vicenda Habanero”, di essere querelato per diffamazione dallo stesso Emanuele Podestà. “Teoricamente il rischio c’è, per l’artista o per chi abbia pubblicato cose su internet, soprattutto per chi sia un normale cittadino, la diffamazione scatta se viene lesa l’immagine di qualcuno davanti ad almeno due persone, anche se l’accusa che viene portata avanti corrisponde al vero. Per la categoria dei giornalisti il rischio è minore perché esistono varie scriminanti, come la verità o l’interesse pubblico della notizia”.

Però, ci sono da fare alcune valutazioni, secondo l’avvocato Silvia Rocca. “Ci sono tutti i casi specifici ma questo rischio non dovrebbe scoraggiare chi vuole arrivare alla soluzione del problema, è importante che non ci sia omertà, in modo che magari eventuali vittime siano motivate a fare scattare una regolare denuncia”. Non solo. “Se questa persona dovesse querelare per diffamazione l’intera platea di chi lo sta accusando sui social dovrebbe sostenere un procedimento penale imponente e la serie di accertamenti che ne deriverebbero”.

Infine, secondo la legale genovese, la posizione, ancora diversa, di chi dovesse aver raccontato all’artista Federico Fiumani ciò per cui è scattato il suo post pubblico, è meno esposta. “Se si è trattato di un dialogo a due, e se da parte di questa persona non c’è prova che ci fosse consapevolezza che ne sarebbe scaturito un polverone, il reato non è configurabile”.

Il terzo aspetto è una valutazione sul modo in cui, nella settimana della lotta alla violenza sulle donne, degli hashtag #metoo o #nessunascusa, e delle panchine rosse, per fare accadere le cose, per arrivare ai fatti, per aprire le discussioni, è stata necessaria una gogna mediatica. Che però ha delle controindicazioni, potrebbe sbagliarsi. Ma ancora di più, potrebbe ridursi, nel giro di pochi giorni, a una manciata di meme divertenti con il valore sociale di una barzelletta sconcia.

Per questo il collettivo Non Una Di Meno ricorda l’importanza di andare oltre al #metoo perché è il  #wetoogether che può “dare la forza di autotutelarci restando le une al fianco delle altre”. Il collettivo ripercorre la vicenda e soprattutto le mancate conseguenze rispetto a quanto oggi tutti dicono di aver sempre saputo: “L’hanno detto, ma non sono state ascoltate – dice Non Una Di Meno centrando la questione – Sappiamo benissimo cosa significhi raccontare di aver subito molestia, violenza, prevaricazione o stalking e non essere accolte quando lo si racconta, anzi essere sminuite, veder minimizzato quello che di orrendo ti è capitato e non essere credute oppure ignorate”. Perché a volte l’indifferenza è più semplice, così come è semplice comprare un biglietto per un concerto e far finta, come tutti, che siano solo voci da sminuire: “Era più comodo non pensarci troppo e andare comunque a sentire il concerto, passarsi la serata. Succede in ogni ambiente, dalla famiglia ai luoghi di lavoro, dai mezzi pubblici ai locali dove si fa musica, succede ovunque e ovunque si guarda da un’altra parte, pretendendo che noi si stia zitte”.