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Ponte Morandi, l’esperto della commissione: “Non è stato il carico a provocare il crollo, il viadotto era costruito per resistere”

I sensori, conferma la commissione tecnica, non stanno registrando particolari anomalie nei movimenti della struttura, ma non sono esclusi "falsi positivi" e quindi falsi allarmi

Genova. “Morandi utilizzato la normativa italiana del 1962 che prevedeva per i collaudi stese indefinite di carichi militari, obici e altri mezzi pesanti, e civili, carichi non diversi dalle normative degli anni 90 e persino dal codice Ue del 2018, quindi mi sento di escludere che il traffico troppo intenso o il passaggio di tir particolarmente pesanti possano essere tra le cause del crollo del viadotto sul Polcevera”.

A dirlo è Pietro Croce, professore di Ingegneria strutturale e di “bridge design” all’Università di Pisa, già nel Consiglio superiore dei lavori pubblici e membro della commissione tecnica su Ponte Morandi istituita dalla struttura commissariale su volontà di Regione e Comune. Si è espresso, in base alla propria esperienza e dopo aver osservato attentamente il progetto originario del ponte crollato il 14 agosto, durante la seduta odierna della commissione comunale sui temi di viabilità e sensori relativamente alle vicende del Morandi, sollecitato dalle domande dei consiglieri.

Croce risponde con un “no comment” inevitabile, essendo in corso un’inchiesta della magistratura, sulle possibili cause del crollo. Ma esclude si sia trattato del carico. Non solo per ragioni normative – “Allora dovremmo avere decine di migliaia di ponti in Italia progettati per carichi inadeguati”- ma anche fisiche, ingegneristiche. “L’entità dei carichi permanenti (il peso del ponte o delle stesse pile, ndr) è così grande che difficilmente i carichi temporanei (i tir e tutti i veicoli) possono aver alterato o influito sulla stabilità della struttura”. Croce lancia anche una provocazione: “Se il problema fosse stato nella progettazione – afferma – allora la catena della responsabilità si amplierebbe moltissimo e arriverebbe a coinvolgere anche lo Stato, quello che avremmo dovuto fare dopo aver visto il progetto di Morandi sarebbe dovuto essere correre in Procura per dirlo”. E’ un’iperbole, ovviamente. Ma il concetto è chiaro.

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Che il ponte in sé, nonostante l’aspetto che ha adesso, fosse piuttosto stabile, lo confermano anche i valori rilevati in questi giorni dai sensori (400, e alcuni di essi forniscono più di un dato contemporaneamente) montati sui piloni rimasti. “Il contraccolpo del crollo – afferma Croce utilizzando un termine semplicistico – non ha compromesso la stabilità, i dati sono in linea con le aspettative e i movimenti, minimi, sono legati soprattutto alle variazioni di temperatura”. Non ci sono quindi movimenti anomali, cosa che ha permesso di iniziare – da domani – le operazioni di rientro temporaneo degli sfollati.

Potrebbero scattare degli allarmi durante i “semi-traslochi”? Sì. “Non sono esclusi falsi positivi come quello che ha determinato, domenica scorsa, la chiusura di via 30 giugno, ma non abbiamo intenzione di abbassare la soglia di sensibilità dei sensori”, ha detto Emanuele Gissi, comandante dei vigili del fuoco e membro della commissione tecnica in aula rossa.

Domenica 14 ottobre, all’indomani dell’apertura di via 30 Giugno, sulla sponda destra del Polcevera e che lambisce uno dei monconi del ponte, c’è stato uno stop al traffico di circa 8 minuti dovuto a un allarme lanciato dai sensori montati sulla “pila 7”. Pietro Croce spiegato che “si è trattata di un’anomalia che ha interessato un solo microsensore”.