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Migranti e spaccio, la rete dell’accoglienza: “Problema non è tempo libero, è che manca integrazione”

Sulle parole del procuratore di Genova, il commento dei responsabili di Ceis, Cesto e Migrantes

Genova. “Purtroppo Cozzi ha ragione, ma il problema è alla base dell’organizzazione dell’accoglienza che non dà sufficiente importanza alla fase dell’integrazione”, Don Giacomo Martino, direttore dell’ufficio Migrantes della Curia diocesana commenta le dichiarazioni del procuratore di Genova Francesco Cozzi che, parlando degli ultimi arresti per spaccio nel centro storico, ha detto che fra i richiedenti asilo ospitati in centri che non li impiegano in programmi “vi è propensione a spacciare”. Per Don Giacomo il problema è alla radice. “I bandi pubblici e il progetto Sprar – spiega – non impongono l’organizzazione di attività e il fatto di essere o meno solo degli affittacamere dipende dalla volontà di ciascun soggetto ospitante”.

Sulla stessa linea Marco Montoli, presidente della cooperativa il Ce.Sto: “Ormai si discute solo se accoglienza sì o no, ma non della qualità dell’accoglienza, gli standard richiesti sono frutto di un’ottica emergenziale, non di una pianificazione”. Secondo Montoli, inoltre, il fatto che le istituzioni abbiano escluso la creazione di cas nel centro storico ha favorito l’illegalità. “Se questi ragazzi vivessero nei vicoli sarebbero controllati dagli operatori”.

Enrico Costa, presidente del Ceis, riflette: “Il problema non è il troppo tempo libero, si tratta di fare prevenzione ed educazione affinché questi giovani conoscano le leggi e non si mettano nei guai, e poi formazione professionale, per consentire loro di trovare un lavoro una volta usciti dai centri. Le partite di calcio sono una bella cosa ma non bastano”. Costa è anche ppreoccupato che certe affermazioni possano “portare a generalizzare le realtà che fanno accoglienza”.

Mentre la Lega in Comune e Regione approfitta della dichiarazione di Cozzi – legata all’operazione Labirinto – per sottolineare come quelli di chi delinque non possano essere “comportamenti giustificati”, Don Giacomo Martino, che è anche cappellano del carcere di Marassi e sa bene quali siano i soggetti che finiscono dietro le sbarre, ricorda che i richiedenti asilo, come altre, sono soggetti fragili, a rischio, anche perché vengono viste da parte dell’opinione pubblica come “clandestini” e quindi “destinati all’illegalità”.