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Corteo del 30 giugno, il presidente dell’Anpi: “Antifascismo oggi è anche antirazzismo e solidarietà”

Bisca: “Inaccettabile la proposta di una via ad Almirante che fu fucilatore di partigiani”

Genova. “Celebrare un avvenimento storico che rappresentò una svolta politica decisiva per il Paese, ma insieme difendere i valori della Resistenza che sono contenuti nella Costituzione e combattere razzismo e xenofobia”. Con queste parole d’ordine l’Anpi sabato 30 giugno tornerà in piazza insieme alla Cgil, all’assemblea antifascista e ad altre associazioni.

“E’ l’occasione per opporsi al clima di razzismo ed intolleranza della politica del nuovo governo che incita all’odio – ha scritto il presidente Massimo Bisca in una lettera inviata a tutte le sezioni – per opporsi a scelte di rinuncia ad ogni forma di solidarietà sociale, per opporsi ad una politica che esalta l’idea populista dell’uomo forte contro i deboli, per opporsi a chi pensa che i diritti dei lavoratori siano diventati privilegi e per questo motivo siano da cancellare, nonostante il pauroso incremento dei morti sul lavoro. Insomma per attualizzare le idee antifasciste, antirazziste e di solidarietà sociale dei nostri partigiani e degli antifascisti di allora”.

Dopo le divisioni e i malumori dei mesi passati quindi l’antifascismo genovese marcerà unito: “In questo momento storico bisogna essere uniti – sottolinea Bisca – perché sono più i importanti i valori che ci uniscono, rispetto agli elementi che possono dividerci. Quest’anno abbiamo scelto di fare il corteo, ma oltre alle manifestazioni è importante proseguire nel percorso di formazione culturale e di memoria perché il ruolo dell’Anpi è soprattutto questo: trasmettere la memoria di generazione in generazione perché i valori fondanti la Costituzione non vadano perduti”.

Valori che oggi nella città medaglia d’oro della Resistenza rischiano quantomeno di sbiadirsi di fronte al silenzio istituzionale dopo le frasi antisemite o dopo la partecipazione di un consigliere delegato del sindaco con la fascia tricolore alla commemorazione dei caduti di Salò. “Voglio proprio vedere come si comporterà il sindaco – tuona il presidente dell’Anpi – se verrà portata avanti la proposta di dedicare una strada ad Almirante, che fu fucilatore di partigiani e scriveva sulla rivista a difesa della razza”. “Vediamo se una scelta di questo tipo per lui è divisiva oppure no” dice ancora il presidente Anpi che ancora una volta si domanda “come faccia il sindaco a restare alla presidenza del comitato permanente per la Resistenza”.

Di seguito il riassunto degli avvenimenti storici che portarono al 30 giugno del 1960 inviato dall’Anpi a tutti i nuovi iscritti:

GENOVA 30 GIUGNO 1960

Nel Giugno del 1960 Tambroni era il Presidente del Consiglio di un governo monocolore democristiano eletto con il determinante appoggio esterno del MSI (Movimento Sociale Italiano) erede politico della Repubblica Sociale. Con l’avvallo di Tambroni il MSI organizzò il suo congresso nazionale a Genova, città medaglia d’oro per la Resistenza. In città la notizia creò un forte clima di tensione. A rendere ancora più provocatoria la situazione intervenne la notizia della partecipazione ai lavori del congresso, come Presidente, di Carlo Emanuele Basile, ultimo prefetto fascista della città ai tempi della Repubblica Sociale Italiana, responsabile della fucilazione e della deportazione di molti antifascisti. La popolazione si ribellò e in decine di migliaia scesero in piazza in diverse manifestazioni che videro presenti Umberto Terracini, Sandro Pertini e tantissimi Capi Partigiani. L’apice della rivolta fu il 30 giugno con una manifestazione popolare che vide la partecipazione di oltre centomila persone e che si concluse con scontri durissimi con le forze dell’ordine. Protagonisti della rivolta furono i portuali, che parteciparono agli scontri più duri, i lavoratori delle fabbriche che scioperarono in massa, i Partigiani, che presero le decisioni tattiche, i docenti universitari, i “ragazzi con le magliette a righe”, i più giovani, che si affacciavano per la prima volta sulla scena politica. L’indignazione provocò una grande reazione nel Paese e dopo Genova, che cacciò i fascisti, altre città insorsero. Tambroni, capo del governo, diede libertà di aprire il fuoco in “situazioni di emergenza”. Ci furono scontri durissimi con le forze dell’ordine. Pochi giorni dopo, il 7 luglio, cinque operai di Reggio Emilia furono uccisi dalla polizia negli scontri. La strage fu l’apice di una escalation di violenza ed alla fine di quelle settimane drammatiche si contarono undici morti (sia nel settentrione che in meridione) e centinaia di feriti. A seguito di ciò il Presidente del Consiglio Tambroni fu costretto a rassegnare le dimissioni.