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Omicidio Di Maria, a dicembre nel processo il faccia a faccia tra gli imputati. La ex di N’Diaye: “Gli pagavo la casa e gli comprai la moto: ero innamorata”

L'omicidio del giovane pusher poco più di un anno fa. Forse per un debito di droga ma non è chiaro da chi. Tanti punti oscuri che potrebbero venire alla luce dal confronto diretto chiesto dal pm Landolfi

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Genova. “Marco mi disse che temeva che Vincenzo Morso gli volesse tendere un agguato quando era andato a restituirgli la moto”. Lo ha detto in aula nel processo per la morte di Davide Di Maria avvenuta in un’abitazione di Molassana il 17 settembre 2016, la giovane ex fidanzata di Marco N’Diaye, il trentaduenne amico di Di Maria e a processo insieme a Christian Beron, 26 anni, Guido Morso, 34 e il padre Vincenzo Morso, 60 anni. Solo Guido Morso, difeso dall’avvocato Riccardo Lamonaca, è formalmente a processo per omicidio volontario. Gli altri sono tutti accusati di rissa aggravata dalla morte. N’Diaye fra l’altro è l’unico che si trova in carcere al momento visto che è stato condannato a 4 anni per una violenta rapina avvenuta il giorno precedente a quello dell’omicidio.

“Di Enzo Morso, che avevo conosciuto una sera andando con Marco a prendere Gabriele, fratello di Guido, per una cena, Marco mi disse che faceva parte di una cosca di Gela e che a Genova era il rappresentante di questa cosca”. La ragazza che dice di “non aver mai visto una pistola a casa di N’diaye” a domanda del pubblico ministero Alberto Landolfi sul perché abbia dichiarato alla polizia che quando quella seppe seppe tramite Facebook che c’era stata una sparatoria a Molassana lei avesse pensato subito che il suo fidanzato potesse essere coinvolto risponde: “Anzitutto perché via Geirato non era lontana dall’abitazione di Marco, poi perché non mi rispondeva al telefono da ore e poi perché quel pomeriggio avevo ricevuto una telefonata da Christian a cui però non avevo risposto perché lavoravo”.

Del suo ex fidanzato la ragazza spiega che “non lavorava perché non aveva i documenti in regola, ma andava tutti i giorni in palestra”. E da chi prendeva i soldi? “Sua mamma glieli dava e anche la casa che aveva in affitto la pagavamo metà io e metà sua mamma”. Pieri racconta anche che quando N’Diaye circa un mese prima dell’omicidio restituirà una grossa moto kawasaki che era in realtà di proprietà della famiglia Morso fu lei a comprare una nuova moto per il fidanzato. “Ero innamorata” ha spiegato a giudici e avvocati.

In mattinata sono stati ascoltati altri due giovani della zona, amici di N’Diaye. Uno di loro in particolare racconta che Marco D’Diaye il giorno dell’omicidio gli aveva chiesto di comprargli delle fascette da elettricista. L’amico ben lungi dal chiedergli a cosa gli servissero le acquista e gliele porta a casa. Con quelle fascette sarà ritrovato parzialmente legato il giovane pusher Di Maria, ucciso con una coltellata anche se l’arma non è mai stata trovata. Poi dopo un’oretta Marco lo richiama e gli chiede di fare da ‘scout’ a Guido ed Enzo Morso che dovevano andare a casa sua e non conoscevano la strada. Anche in questo caso il giovane esegue senza fiatare né fare domande.

Il processo, che potrebbe riservare sorprese, visto che gli imputati si accusano a vicenda e il contesto è piuttosto paludoso, è stato rinviato al 12 dicembre. Poi nell’udienza successiva. il 19 dicembre,  saranno sentiti gli imputati e, in caso di conflitto tra le testimonianze – come ‘d’altronde è avvenuto finora – il pubblico ministero è intenzionato a procedere a un confronto diretto. Sarà quindi un processo tutti contro tutti dall’esito incerto così come è incerto cosa sia accaduto davvero in quella piccola abitazione di Molassana. Molto probabile che il confronto, un vero e proprio ‘faccia a faccia’ venga fatto tra Marco e l’amico Beron (l’unico a non seguire in prima persona il processo), ma anche forse tra Guido Morso e lo stesso Marco.

I fatti e i tanti dubbi
Di Maria, originario di Sampierdarena e coinvolto in vari giri di spaccio, viene ammazzato sabato 17 settembre 2016 in una casa di salita San Giacomo, a Molassana. Nell’abitazione abita l’amico e presunto complice nello spaccio Marco N’Diaye. Viene chiamato anche il terzo membro della mini-gang, Christian Beròn, colombiano. I tre, che il giorno prima hanno compiuto una violenta rapina ai danni di due ragazzi della Valbisagno, secondo gli investigatori avrebbero un debito per una partita di droga non pagata con Guido Morso e con il padre Vincenzo.

Nella piccola abitazione, subito dopo l’arrivo dei Morso, si scatena un parapiglia e parte un colpo di pistola. Di Maria stramazza a terra, tutti si danno alla fuga e spariscono le armi. Il sopralluogo compiuto dal medico legale dice che il il ventottenne è stato ucciso a colpi di pistola. Il giorno successivo Guido Morso si consegna ai carabinieri, ammettendo genericamente d’aver premuto il grilletto e fa trovare due pistole, ma dice che una l’ha trovata lì e sarebbe di Marco.

A distanza d’una settimana si costituisce pure Enzo che dice tuttavia di non essere il killer, mentre N’Diaye e Beròn vengono fermati proprio per la rapina-estorsione del giorno prima. Poi arriva l’autopsia con il colpo di scena: Di Maria è morto per una coltellata. Il colpo di pistola non l’ha nemmeno sfiorato. Ancora Di Maria, raccontano i Morso, viene trovato legato da coloro che in teoria erano i suoi amici in particolare da Marco. Una messinscena per i Morso? O qualcos’altro? Su questo le testimonianze di Beron (amico di Marco e Di Maria) e dei Morso coincidono: non si trattava di uno scherzo. Forse Di Maria aveva combinato qualcosa che aveva fatto irritare l’italo-senegalese? Così come Beron racconta ai magistrati di aver visto Marco impugnare un revolver. Infine, nessuno ha visto di preciso chi ha sferrato la coltellata mortale e l’arma non è mai stata ritrovata. Venticinque metri quadrati di stanza, cinque persone di cui un morto. Chi l’ha ucciso? E perché?