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Certificati falsi sulla radioattività dei container: timbri e firme falsi per controlli mai avvenuti

L'indagine partita nel 2014

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Genova. Dopo gli arresti del 2014 la tecnica era leggermente cambiata, con alcuni accorgimenti più sofisticati per eludere le forze dell’ordine. La sostanza, invece, era rimasta sempre la stessa: falsi documenti attestanti i controlli sui container potenzialmente radioattivi per ottenere le bolle e sdoganare materiale ferroso proveniente dai paesi dell’Africa e diretti al Nord Italia.

Secondo quanto riscontrato dai carabinieri del Noe, coordinati dal procuratore aggiunto Francesco Pinto, l’esperto qualificato consegnava i documenti in bianco che poi il suo dipendente misuratore compilava apponendo la firma falsa del suo superiore e attestando gli avvenuti controlli. Il tutto con la compiacenza di dipendenti di numerose ditte di spedizione che mettevano anche a disposizione la sede logistica per compilare i falsi moduli. Agli arresti domiciliari sono finiti Vittorio Tamburini (l’esperto qualificato) e Antonio Carannante (verificatore).

Altre sei persone sono state sottoposte all’obbligo di firma. Per tutti l’accusa è di falso ideologico per induzione. L’inchiesta dei carabinieri del Noe è partita nel gennaio 2016 e si è conclusa nell’aprile 2017: 1305 i container movimentati e centinaia di migliaia i certificati falsi emessi.

I container arrivavano al terminal Vte, al porto di Pra’, al Sech e al terminal Spinelli, dove ci sono le apposite aree adibite ad accogliere i carichi con materiale potenzialmente radioattivo. Qui avrebbero dovuto essere controllati attraverso procedure lunghe e complesse. Gli indagati, invece, accorciavano i tempi saltando tutti i controlli, in modo da ottimizzare i guadagni per lavori in realtà non svolti. “Il rispetto delle norme – ha spiegato il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi – è a tutela della salute dei cittadini.

Queste norme non sono cavilli e il loro rispetto è fondamentale proprio per tutelare la salute di tutti”. Le indagini proseguono per capire quanti nel porto di Genova fossero a conoscenza del sistema delle false documentazioni.