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Rinnovato il protocollo sul volontariato dei profughi, Bucci: “Potranno accedere anche i genovesi e faremo controlli sulle onlus”

Il sindaco: "La municipale identificherà chi chiede l'elemosina anziché partecipare ai progetti di integrazione"

Genova. “Oggi rinnoviamo in Prefettura un protocollo sul progetti di volontariato per richiedenti asilo ma nell’attuazione il Comune di Genova è intenzionato ad aprire questa opportunità a tutti, genovesi e anche turisti che vogliamo svolgere una o più giornate di volontariato per la loro città. Non solo. Quest’amministrazione effettuerà dei controlli su queste attività e anche sui percorsi di integrazione attivati dal terzo settore”. Il sindaco di Genova Marco Bucci, arrivato in Prefettura per firmare il rinnovo del protocollo sul volontariato dei profughi, mette i puntini sulle ‘“i” a sottolineare una discontinuità con la passata amministrazione: “Sia chiaro che si tratta di attività a titolo gratuito e non togliamo posti di lavoro a nessuno” dice il sindaco.

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I progetti potranno “essere gestiti dai municipi e in qualche caso direttamente dal Comune e le priorità riguarderanno i piccoli lavori di “manutenzione dei rii, delle strade ma anche delle spiagge su cui abbiamo bisogno di manodopera ma non abbiamo fondi”.

In totale quest’anno sono stati circa 300 i profughi su un totale di 2 mila presenti a Genova a partecipare ai progetti di volontariato nei vari municipi. Il prefetto Fiamma Spena ha precisato che “si tratta di progetti non di natura estemporanea ma che prevedono formazione e mirano al raggiungimento di obiettivi”. La prefettura inoltre ha aggiornato la situazione con i numeri attuali dei richiedenti asilo spiegando che da agosto gli arrivi sono stati molto pochi. “Attualmente nel Comune di Genova ci sono 2076 persone nei centri di accoglienza gestiti dalla Prefettura tramite bando oltre a 249 minori non accompagnati inseriti in progetti Sprar. Nella città metropolitana i richiesti asilo sono 2.842”.

Per quanto riguarda i controlli sulle onlus, Bucci ha precisato che “non si tratta di schedare i profughi che fanno l’elemosina ma di procedere alla loro identificazione proprio come agli italiani viene chiesta la carta d’identità. Noi dobbiamo sapere chi è una determinata persona, cosa fa e se quello che fa è legale”.