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Migranti a Multedo, Paolo Gozzi: “Da un tessuto sociale disgregato non si torna indietro”

L'ex consigliere comunale dice la sua sulla vicenda dei 50 profughi in arrivo all'ex asilo Contessa Govone

Di Paolo Gozzi*

Oggi ho partecipato all’assemblea di Multedo ascoltando. Devo dire che la tensione che si respira in questi giorni mi strugge, perché Multedo non è un quartiere: è un miracolo. Perché si tratta di una delegazione che dal punto di vista urbanistico e amministrativo è stata violentata, con un casello autostradale che ha tagliato in due le case, compromettendo la vivibilità, e con un progressivo depauperamento dei servizi e una progressiva chiusura degli spazi d’aggregazione, lasciando che si consolidassero solo le servitù industriali.

È un miracolo perchè, a fronte di ciò, non c’è stata invece disgregazione sociale, come successo altrove. È una comunità coesa, capace di partecipazione matura e di valori antichi. Per questo mi permetto di dire che nella vicenda del Centro d’accoglienza si è errato due volte. La prima, perchè non è stata coinvolta una comunità che ha vissuto dolorosamente la chiusura dello storico asilo: e oggi, anche i meno complottisti ripensano con sospetto a quei giorni di accelerazione, con l’indisponibilità assoluta a cercare soluzioni alternative.

La seconda, perchè qui ci sarebbe l’opportunità di promuovere una vera integrazione: perchè se invece di 50 o 60 persone si mandasse una famiglia, o due famiglie, o dieci ragazzi, qui saprebbero davvero accoglierli. Qui c’è una scuola in cui le maestre sono considerate delle seconde madri per i bambini. Qui ci sono famiglie ancora capaci di contatto, di affrontare assieme i problemi.

Perciò viene naturale, e non per cattiveria, l’invito a fermarsi, rallentare e ridimensionare nei numeri il progetto: perchè ogni quartiere faccia la sua piccola parte, e non solo Multedo. Perchè non si ripeta l’errore che è stato compiuto negli anni 60 e 70 con l’edilizia popolare, che andava diluita da Levante a Ponente ovunque si costruisse, e invece si è concentrata in cima alle colline, coi risultati sociali che tutti vediamo. Ma questa non è integrazione, è ghettizzazione.

Perciò il mio invito è riflettere e ridimensionare, perché c’è sempre una speranza di ricomporre il tessuto urbanistico, quando si compromette: ma da un tessuto sociale disgregato, invece, non si torna più indietro.

*Cittadino del ponente, ex consigliere comunale