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Estrema destra e antifascismo, Borzani: “Contro neofascismo meno slogan e più giustizia sociale”

Genova24 ha chiesto a Luca Borzani, studioso di storia sociale, un intervento sull'espansione dei movimenti di estrema destra che anche a Genova apriranno a breve altre due sedi dopo quella di Forza Nuova

Genova. Forse è poco “politically correct” affermarlo, ma il neofascismo è stato, nell’indifferenza generale dei più, sdoganato di fatto. La dimensione reducista e nostalgica fatta di gagliardetti, dell’esaltazione di Salò e di citazioni mussoliniane è qualcosa che ormai appartiene al passato. Certo, nell’ambiente abbondano i saluti romani, i pellegrinaggi ai cimiteri repubblichini e, per non farsi mancare nulla, i tatuaggi con la svastica o il fascio. Ma è più un richiamo identitario, un’enfasi un po’ patetica verso le radici ideologiche che il centro di un agire politico che consolida consensi e trova appoggi anche istituzionali. Il rock è subentrato all’antico “doppiopetto” e gli avversari della galassia dell’estrema destra sono la globalizzazione, l’Europa delle banche, l’immigrazione, l’islam, la “casta”. Temi che, fatto del tutto inedito nella nostra storia recente, rappresentano solo una sintesi più radicale delle posizioni del centrodestra e rimandano a una parte non piccola della pancia degli italiani. Sovranismo è la grande parola d’ordine che come un filo collega Trump con la Le Pen, con Salvini e, appunto, Casa Pound o Forza Nuova.

Per questo sono del tutto inutili e fuori tempo massimo i disegni di legge come quello del Pd sulla propaganda fascista. E non solo perché già esiste una specifica legislazione che è stata poco e male applicata. Il neofascismo è oggi una delle componenti del populismo occidentale e come tale è accolto in coalizioni elettorali e assunto come interlocutore senza turarsi troppo il naso. Vale anche per Genova. Peraltro in non poche città italiane è l’estrema destra che supporta le mobilitazioni contro i profughi, occupa case, fa nascere centri sociali, organizza reti di sostegno nelle periferie più povere. Il “prima gli italiani”, la retorica dell’invasione, l’“essere padroni a casa nostra”, diventano le idee-forza di una narrazione semplice che assorbe le rabbie e le paure prodotte dalla crisi, la crescita delle diseguaglianze sociali, gli effetti di un welfare sempre più ridimensionato. La stessa disponibilità e propensione alla violenza è assunta e legittimata come difesa. Difesa verso gli stranieri a cui uno stato imbelle concederebbe solo diritti senza chiedere doveri, difesa verso la prepotenza delle burocrazie, difesa da chi cancellerebbe proditoriamente l’identità nazionale.

Gli appelli resistenziali servono poco in questo scenario. Soprattutto se l’antifascismo si riduce a slogan che non rimandano a una dimensione coerente della politica. Perché ciò su cui la sinistra si deve interrogare è la perdita della rappresentanza sociale, l’assenza sul territorio, la riduzione a una dimensione esangue di valori e di capacità di mobilitazione. Eppure oggi servirebbe più e non meno antifascismo. Ma non quello fatto di parole che appaiono vuote o di improvvisi sussulti militanti per l’apertura di una sede, ma quello che lavora per ricomporre la frammentazione delle comunità, per battere la xenofobia e il razzismo con processi di integrazione reale, per ritornare a dare opportunità e protezione sociale. Quando siamo, nella sostanziale disattenzione della sinistra, una città con il 40 per cento di giovani disoccupati, il 20 per cento di dispersi dalla scuola, il 37 per cento di anziani che vivono soli ecco ci sarebbe bisogno di più antifascismo, inteso come giustizia sociale e rispetto dell’uguaglianza promessa dalla Costituzione.

Perché è vero che la nostra democrazia è in crisi formale e sostanziale ed è in questa crisi che trova spazio il neofascismo. Con linguaggi e comportamenti che agiscono sul presente al di là dei rimandi ideologici a un truce passato. L’antifascismo oggi è innanzitutto una grande sfida della sinistra con sé stessa per ritrovare le proprie ragioni nella contemporaneità, capacità di produrre mutamento, anche radicale, in un sistema istituzionale e sociale logorato, costruire consenso. Ed è solo questo, insieme al ridare forza e togliere retorica a una memoria un po’ sbiadita, che può contrastare e isolare una cultura politica che ci prospetta il futuro peggiore.

(L’autore è stato fra l’altro presidente della Fondazione Palazzo Ducale, ricercatore presso l’Archivio Storico Ansaldo, direttore del Centro Ligure di Storia Sociale e redattore della rivista di studi storici “Ventesimo secolo”)