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Decapitò lo zio nel bosco, Borgarelli in aula: “Chiedo perdono, sono andato oltre i limiti della mia mente”

Il pm Arena chiede l'ergastolo nonostante il rito abbreviato. L'ex infermiere: "Quella terra era tutta la mia vita"

Genova. “Sono andato oltre i limiti della mia mente, quella terra era la mia vita. Chiedo perdono per quello che ho fatto”. Claudio Borgarelli, l’ex infermiere 56 enne che un anno fa ha ucciso e decapitato lo zio Albano Crocco nei boschi di Craviasco a Lumarzo, stamattina nell’udienza preliminare davanti al gip Maria Teresa Rubini, ha letto una breve dichiarazione di fronte ai figli dello zio, tutt’ora sconvolti da quanto accaduto.

Il processo

Borgarelli, per il quale l’avvocato Antonio Rubino aveva chiesto il processo con rito abbreviato, ha anche ceduto, tramite una scrittura privata tutti i suoi beni (la casa nel bosco, il tfr, il quinto della pensione) ai famigliari: “Non un risarcimento del danno, ovvio – spiega l’avvocato – ma un gesto che al mio cliente è sembrato doveroso”.
Per lui questa mattina il sostituto procuratore Giovanni Arena, al termine di una requisitoria di due ore, ha chiesto l’ergastolo nonostante l’abbreviato che prevede lo sconto di un terzo della pena: secondo il pm infatti l’omicidio è aggravato dalla premeditazione, dall’estrema crudeltà e dai futili motivi e all’omicidio si aggiunge il reato concorrente di “soppressione di cadavere” visto la testa dello zio, gettata in un cassonetto in Valbisagno, non è mai stata ritrovata.

Gli avvocati di parte civile hanno chiesto un risarcimento di un milione per la moglie di Crocco e di 700 mila euro ciascuno per i due figli.

Lunghissima la replica dell’avvocato di Borgarelli Antonio Rubino che ha contestato buona parte della requisitoria del pm sottolineando come sia andata contro gli stessi suoi consulenti e ha chiesto l’esclusione di tutte le aggravanti e l’applicazione invece delle attenuanti generiche. Tanta carne al fuoco insomma che hanno convinto il gip Rubini che aveva già fissato la sentenza al 2 ottobre a prendere più tempo.

I fatti
Dopo un lungo periodo di dissidi con lo zio circa il passaggio in auto per un vialetto che conduceva al bosco, la mattina dell’11 ottobre 2016 Claudio Borgarelli, infermiere al San Martino, vede lo zio Albano arrivare in auto nella sua proprietà. Esce di casa armato di pistola e di machete. I due litigano furiosamente, forse lo zio in segno di spregio gli sputa addosso. Borgarelli perdere il senno: spara allo zio alle spalle, poi con il machete gli taglia la testa. Porterà il corpo nel bosco dove sarà ritrovato la notte successiva dopo che i famigliari avevano allertato le forze dell’ordine della scomparsa. La testa invece viene messa in un sacco nero e verrà gettata dal nipote qualche ora dopo il delitto.

L’abitazione di Borgarelli viene perquisita e i carabinieri mettono cimici ovunque. Borgarelli viene intercettano mentre parla da solo nel suo furgone e descrive nel dettaglio l’omicidio. Tre giorni dopo l’arresto l’uomo crolla poi davanti al gip confessando il delitto. Per lui il legale Antonio Rubino aveva chiesto la seminfermità ma la perizia disposta dal gip ha stabilito che le capacità di intendere e di volere dell’infermiere, nonostante l’ossessione dimostrata dal parlare da solo a voce alta di quel che gli stava accadendo non era “grandemente scemata” come richiede il codice penale. Nella perizia dello psichiatra Gabriele Rocca è anche scritto che “il grilletto che ha fatto scattare la molla sono state le ingiurie che lo zio avrebbe rivolto al nipote la mattina dell’omicidio”. Non un gesto premeditato dunque, ma d’impeto, così come il medico legale della procura Alessandro Bonsignore aveva accertato che Borgarelli aveva decapitato lo zio quando era già morto, facendo di fatto cadere l’aggravante dell’estrema crudeltà.

Il processo è stato rinviato al 2 ottobre per le repliche. La sentenza è attesa per il prossimo 18 ottobre.