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La scherma e la divisa: ecco Roberta, la vigilessa che ha evitato il suicidio della donna in corso Italia fotogallery

L'assistente di Polizia Municipale ha tenuto duro per ore sotto il sole, sul tetto di un palazzo, riuscendo a far desistere una colf dal gesto estremo. Merito (anche) della costanza appresa in anni di sport agonistico

Genova. Dopo 11 anni di servizio nel reparto Tso, e non solo, avendo a che fare anche con 3 o 4 casi difficilissimi ogni giorno, Roberta Canevelli aveva il bagaglio professionale per affrontare l’operazione che ha portato a termine, con il migliore dei risultati, sabato scorso, in corso Italia. L’assistente di Polizia Municipale ha salvato la vita di una donna che voleva buttarsi dal tetto di un edificio.

Ma oltre agli anni di esperienza, ai master specializzanti, ai corsi di preparazione, la “vigilessa” aveva dalla sua altre caratteristiche: acume, senso del tempo, prontezza di riflessi, coraggio, determinazione. Tutte qualità facilmente riscontrabili nei grandi sportivi. E Roberta Canevelli, 52 anni portati splendidamente, è stata, ed è tuttora, una grande sportiva.

Nella Nazionale Italiana di scherma, ha portato a casa grandi successi alle Universiadi di Kobe (Giappone) e Zagabria (Ex Jugoslavia) nel 1985 e nel 1987. Oggi continua a gareggiare nella categoria Master e – tanto per farsi un’idea – lo scorso giugno ha vinto l’argento ai campionati italiani.

roberta canevelli

Il fatto è avvenuto lo scorso sabato. Era la fine del turno del mattino quando Roberta Canevelli si rende conto, guardando una donna su un tetto, in cima a un palazzo signorile di corso Italia, che le sue intenzioni non erano quelle di prendere il sole, ma di buttarsi di sotto. La donna, badante di origine straniera di un’anziana proprietaria dell’appartamento – è poi emerso – era preoccupata per alcune strane questioni legate al suo lavoro e al rapporto di fiducia con la pensionata da lei seguita, “ma l’impressione – racconta l’assistenza della Pm – è che fosse in grande difficoltà e avesse solo bisogno di essere rassicurata, ascoltata, aiutata”.

Per diverse ore la situazione è stata, letteralmente, in bilico. Roberta Canevelli era l’unica agente con cui l’aspirante suicida accettasse di parlare. Ha cercato così di metterla in contatto telefonicamente con il figlio di lei, che si trovava in Russia, e con il marito. Telefonate piene di ansia. “Inizialmente non rispondeva nessuno – rivela Canevelli – così fingevo di parlare in inglese con il figlio, poi, il caso ha voluto che mentre gli stavo provando a passare il telefono il figlio ha risposto, allora lei è stata a parlare con lui per 15 minuti e piano piano si è calmata”.

In aiuto di Roberta Canevelli, all’ultimo piano del palazzo di Corso Italia, un poliziotto in borghese, un cittadino, e poi altri agenti, vigili del fuoco, personale sanitario. Ma la figura decisiva è stata lei, la sua capacità di tenere la donna che voleva buttarsi dal tetto in costante stato di attenzione, facendola concentrare su alcuni dettagli, dai racconti ai gioielli che portava indosso, “e poi faceva caldissimo, lei non sudava una goccia, io stavo stremando, però sapevo che se avessimo mollato l’osso sarebbe stata la fine”.

“L’operato dell’assistente Canevelli è motivo di grande orgoglio – dice l’assessore alla Sicurezza Stefano Garassino – e che dà una controprova della grande professionalità del corpo di Polizia Municipale, e anche per questo bisogna ricordare che anche gli agenti che ogni giorno fanno attività di prevenzione, magari sulla guida sicura, sanzionando i comportamenti scorretti, salvano delle vite”.

“Gli agenti dell’Autoreparto del Corpo – spiega il comandante, Giacomo Tinella – sono formati, con aggiornamenti annuali, sia sulle tecniche fisiche, che sono incentrate sull’esigenza non solo di difendersi dai colpi, ma anche di limitare al massimo le conseguenze per le stesse persone che devono essere sottoposte al trattamento sanitario obbligatorio. Persone che è difficile far ragionare. Molti sono “habituée”, persone che spesso rifiutano le cure e che quando le ricevono – perché le accettano (restano in ospedale al massimo 5 giorni) o perché vengono imposte dal medico specializzato (uno psichiatra) per cui restano in terapia 15 giorni – non risolvono comunque in modo definitivo il loro problema. La malattia mentale non è facile da affrontare e quasi mai esiste una soluzione definitiva. I Tso sono circa 400 l’anno”.