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Dalla sindrome di Hikikomori agli incidenti stradali, il Sert adesso cura anche i “drogati” del cellulare

Genova. Il nome tecnico è “nomofobia”, la paura di restare scollegati dalla rete mobile e che provoca effetti fisici simili all’attacco di panico, dalla mancanza di respiro alle vertigini, fino al dolore toracico o alla nausea. E se questa è già considerata una patologia il passo successivo può essere ancora più grave, arrivando a quella che i giapponesi chiamano sindrome di Hikikomori, e che porta gli adolescenti all’isolamento dalla realtà. Senza contare, infine, tutti quegli incidenti inspiegabili che, molto probabilmente sono causati dalla disattenzione per l’uso del cellulare in auto.

E se una vecchia pubblicità diceva “Il telefono ti allunga la vita”, ma eravamo negli anni ’90, a vedere i dati che emergono dai centri dove si studiano e si curano le dipendenze non solo non è più così ma il cellulare, con i suoi contenuti “social” è diventato uno strumento “distruttivo” che può creare danni anche molto seri. A lanciare l’allarme il direttore del Sert della Asl3, Giorgio Schiappacasse che, sempre più spesso si trova a fare i conti con queste problematiche. “Gli ultimi segnali vedono una predominanza delle dipendenze da internet e dai social network, superata solamente dal consumo di hashish. Non ci sarebbe nulla di male se questi strumenti aiutassero veramente i giovani ad affrontare la realtà in modo preparato ma, oltre certi limiti, diventano controproducenti e anche pericolosi”.

Attraverso l’uso delle nuove tecnologie, infatti, i ragazzi si sottraggono al confronto vero, quello fra loro, ma anche con la società, e si chiudono dentro un mondo virtuale, che è quello dei social network che, alla lunga, porta all’isolamento. “Subito sembra molto comodo, ti permette di aprire relazioni con tutto il mondo, ma sono relazioni parziali. Io non dico che non possono avere un loro valore ma, se sostituiscono quelle vere, allora abbiamo un problema”. I primi ad accorgersi di questo rischio sono stati i giapponesi che, analizzando gli abbandoni scolastici hanno scoperto che molti ragazzi, per svariati motivi, sceglievano non solo di lasciare la scuola ma di evitare ogni contatto con le persone reali.

Una situazione che, se in quel paese ha raggiunto l’1% della popolazione ha avuto, in un certo senso, un effetto contagio che, con numeri inferiori, si è esteso anche da noi. “Una delle nuove dipendenze che dobbiamo segnalare – spiega Schiappacasse – è proprio quella da smartphone, da social network che è quella che vediamo sempre più in crescita. Il segnale più semplice da interpretare è quello dell’aumentoo degli incidenti stradali, in crescita anche per questa distrazione di massa ma a preoccupare sono i rischi che si possa creare una situazione come quella del Giappone. Basta vedere i dati della sindrome di Hikomori per capire che cosa determina e noi abbiamo sempre più persone isolate, perché sono sole dietro al telefonino”.

Un problema che colpisce, principalmete, i giovani e i giovanissimi, che già devono fare i conti con la crisi adolescenziale, lla carenza di educazione, e tutte le problematiche che implica. A questo periodo della vita, infatti, si legano tantissimi altri comportamenti, dalle uscite serali, già a 12 o 13 anni, impensabili per le passate generazioni, alla ricerca delle massime prestazioni sportive, fino alla sessualità. “Tutto viene precocizzato – continua Schiappacasse – perché c’è un mercato che spinge a non rispettare i tempi della natura. I giovani vogliono tutto subito e questo e’ dovuto e questo è dovuto sopratutto a disattenzioni educative”.

“Il problema è che i genitori non si accorgono di avere ragazzi tiranni, ma sono loro ad averli tirar su così. L’educazione è stata drogata, già nelle elementari si concede tutto, anche perchè la cosa importante diventa la prestazione sportiva, l’essere i primi, il creare illusione. Ma quando arrivi all’adolescenza tutto questo entra in crisi, e anche il genitore rimane
spaesato, senza sapere più che pesci prendere. Bisogna tornare a parlare di principi di educazione, che non sono nuovi ma siamo noi che li abbiamo abbandonati”.