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Il racconto

“Quel giorno compresi che le lotte dal basso potevano portare a risultati quasi impossibili”

Bruno Rossi, 'camallo' oggi in pensione, racconta il 30 giugno dei suoi vent'anni

Genova. Avevo vent’anni il 30 giugno 1960. Ero nato all’inizio della seconda guerra mondiale. Mio padre “Ce” (Francesco) era un lavoratore del porto di Genova, un “camallo”, anche mio nonno lo era stato prima di lui. Fece in tempo a partecipare da richiamato alla guerra sul confine italo-francese, divenne militante del Partito Comunista e come molti altri lavoratori si impegnò nella Resistenza al Nazifascismo.

Finita la scuola nel 1959 scelsi il porto come palestra delle mie aspirazioni. Il luogo mi aveva sempre affascinato e i racconti che avevo sentito fare in famiglia – anche i tre fratelli maschi di mio padre erano portuali – per quanto affascinanti non erano certo all’altezza di quanto in prima persona riuscivo a vedere e a mettere in memoria. In compagnia eravamo 8000 lavoratori autogestiti impegnati tutti i giorni in chiamate, a turni di lavoro, mansioni e professioni necessarie alla merce che venivano dislocati nei luoghi più disparati sulla banchina, le navi, i magazzini, i piazzali, camion e vagoni per sbarcare e imbarcare sulle navi la merce che arrivava e partiva per il mondo intero. La confusione era massima ma tutti con pochissimi ordini apparenti riuscivamo come tante formichine a far funzionare questo grande crogiolo.

Il dopoguerra fra il 1948 e il 1960 fu caratterizzato in Italia dal governo democristiano. Per le classi subalterne piegate dalla necessità di ricostruzione e dalle difficoltà delle condizioni di vita furono certamente anni difficili. Lentamente ma inesorabilmente la restaurazione capitalistica mise all’angolo la classe operaia e grazie al consenso di borghesia, ceto medio e Vaticano, represse anche politicamente il mondo del lavoro che tanto aveva dato nel periodo della guerra. La sperequazione sociale, la disoccupazione ma anche l’immigrazione dal Sud Italia, i bassi redditi e i consumi inadeguati misero pian piano in discussione i diritti generali e crearono una piattaforma politica tesa a sdoganare anche i lati più oscuri del capitalismo verso la destra e i fascisti.

Erano trascorsi appena 15 anni da quel 25 Aprile 1945 quando durante una delle tante crisi di governo a chiara maggioranza DC Tambroni primo ministro pensò che fosse arrivato il momento di utilizzare i voti del M.S.I. per arrivare alla maggioranza in Parlamento. Un momento dopo il partito neo fascista indisse a Genova il congresso del partito il 30 giugno. Invitò anche all’introduzione un ex gerarca che aveva guidato a Genova la repressione della guerra partigiana. Per la curiosità ricordo il cognome del galantuomo (Basile). Ma non avevano fatto bene i conti con i genovesi: con chi aveva liberato la città dall’esercito tedesco, con le organizzazioni democratiche e sindacali, con tanta avanguardia comunista ma principalmente con tutti quei giovani che volevano una vita migliore e non ripetere gli errori dell’anteguerra.

Noi portuali insieme agli operai delle fabbriche, ai tranvieri, ma anche con categorie del pubblico impiego caratterizzammo ogni singola vertenza la presenza in piazza dando spesso origine a scaramucce con le forze dell’ordine. Ci organizzammo in fabbrica e nel porto, ma ci organizzammo anche nei quartieri e nelle sezioni nei circoli democratici nei partiti con una forza e una capacità sempre crescente. Anche tanti giovani disoccupati manifestavano forse per la prima volta la loro presenza assieme agli antifascisti e agli operai. Il mondo della scuola e dell’università che non aveva mai brillato di soverchia presenza nel dibattito politico manifestava sdegno e presenza coerente.

La CGIL nella sede di Vico Tana in via Balbi divenne forse in quei momenti il luogo in cui più alto si unificò il rifiuto totale alle scelte di governo. Noi portuali poi eravamo una storia a parte. La grande quantità di giovani e di compagni prima e dopo il lavoro si organizzavano e partecipando alle differenti riunioni, manifestazioni e volantinaggi ma principalmente nei quartieri coi dirigenti dell’ANPI e sindacalisti preparavano un’adeguata resistenza. Il congresso del MSI non si doveva fare a Genova e il governo Tambroni piano piano diventava il secondo obiettivo da cancellare. E piano piano con la forza di un antifascismo crescente anche la città tutta si preparò. E non bastò la stampa né la polizia né i carabinieri e neppure le mitragliatrici dietro i cavalli di frisia che delimitavano alcune zone (ricordo quella a lato di via XX Settembre, direzione porto e quelle in cima a via Balbi davanti all’hotel Savoia) riuscirono a dissuadere gli antifascisti genovesi.

La CGIL dichiarò lo sciopero politico generale. In centomila partecipammo alla manifestazione di piazza della Vittoria con un comizio rovente di Pertini, ma fu verso le 6 della sera allo sfollare dal comizio che in piazza De Ferrari ci trovammo una quindicina di camionette della famosa celere di Padova che presidiavano la piazza dell’attuale Palazzo della Regione e forse per sfida assieme a un centinaio di manifestanti ci sedemmo sui bordi della vasca. Forse ci furono urla, forse vennero lanciate alcune monetine contro i poliziotti certo è che in un momento il capitano scatenò gli agenti contro noi che a mani nude cominciammo a resistere ma anche a organizzarci. Il capitano finì nella vasca, alcune camionette presero fuoco e la gente ognuno di noi cominciò a battersi trovando strumenti adatti alla difesa.

In tre ore di battaglia la polizia non guadagnò un metro, anzi a più riprese rischiò di essere travolta, fortunatamente non usò le armi come a Reggio Emilia e nel Sud Italia e si andò avanti tutta la sera fino a mezzanotte quando venne concordata una tregua e una possibile trattativa. Fu una grande vittoria, il congresso saltò e poi anche Tambroni dovette rassegnare le dimissioni. In piazza durante gli scontri incontrai anche il mio papà che mi diede un sonoro scapaccione e mi disse di tornare a casa per dire alla mamma che tutto andava bene. Aveva 47 anni lo ricordo con la sua canottiera bianca e con la sua attenzione e baldanza sempre attento e determinato a battersi per le sue idee e i suoi valori.

Il 30 giugno per me fu il giorno in cui compresi che anche dal basso con lotte giuste e determinate si possono raggiungere obiettivi quasi impossibili. E quella giornata preparò tanti magnifici anni che sarebbero poi arrivati.

Bruno Rossi

(Il racconto è stato pubblicato sulla rivista online contropiano.org e fatto pervenire alla redazione di Genova24)

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