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“Siamo più di un codice!” e al Deledda scatta il boicottaggio del test Invalsi fotogallery

Organizzato dai ragazzi del collettivo studentesco Vad contro la prova di valutazione ministeriale: "Inutile, discriminante e dannosa, e non garantisce l'anonimato promesso"

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Genova. “Non siamo crocette”. E’ solo uno dei cartelli comparsi davanti all’istituto superiore Grazia Deledda, nella giornata di ieri. Le ragazze (e i ragazzi, anche se non sono molti quelli iscritti) si sono presentate armate di carta e pennarello per boicottare i test Invalsi.

Cosa sono le prove Invalsi? Sono definite test standardizzati, uguali per tutti gli istituti scolastici italiani, basati su procedure articolate e rigorose. Tutte le scuole devono effettuare le prove poiché sono obbligatorie per legge. I test sono elaborati dall’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema di Istruzione e Formazione (da qui la sigla Invalsi), ente di ricerca di diritto pubblico, sottoposto alla vigilanza del Miur.

Lo scopo dei test dovrebbe essere quello di tracciare un quadro di riferimento statistico sul livello di apprendimento in Italia. Con le prove Invalsi si dovrebbe monitorare il sistema nazionale d’istruzione e confrontarlo con le altre realtà comunitarie ed europee. Le rilevazioni su scala nazionale servirebbero anche a identificare i punti deboli del sistema di istruzione e dovrebbero permettere, quindi, al Miur di predisporre eventuali interventi sulla scorta di dati oggettivi.

boicottaggio test invalsi deledda

Ma secondo le organizzazioni studentesche, tra cui l’attivissimo Collettivo Voce Al Deledda, ci sono alcune controindicazioni. “Il problema di questo tipo di test – spiega Giulio Derchi, studente – è sapere cosa esattamente misurano. Controllano il grado di apprendimento di quello che è stato insegnato o la prontezza nelle risposte ed altre abilità? Se diventa cruciale far bella figura ai test, siamo di fronte al classico caso di una misura che perturba la cosa da misurare. Misurando solo l’acquisizione di una serie di informazioni settoriali, stimolano una frammentazione della didattica, la sua banalizzazione. Esaltando la performance personale mortificano gli sforzi per arrivare alla conoscenza come conquista di gruppo, nata dalla cooperazione più che dalla competizione”.

I ragazzi che protestano contro i test Invalsi lo considerano un sistema “punitivo” per chi “va male” (insegnanti, scuole) e soltanto forse premiante per chi “va bene”, aumentando di fatto le disuguaglianze.

“Metodologicamente il risultato ottenuto da una classe non può e non deve essere paragonato a quello di un’altra senza adeguati correttivi – dicono gli studenti del Collettivo Vad – il risultato ottenuto da una classe al test, infatti, può dipendere da mille motivi diversi, motivi che vanno ben al di là della capacità degli insegnanti o della validità dell’istituto. Può essere determinato dalle caratteristiche socio-economiche della famiglie degli alunni, piuttosto che dalla localizzazione geografica della scuola o dalla presenza in classe di bambini con difficoltà non certificata o non adeguatamente supportata”.

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Il finto anonimato. I test (che dovrebbero essere anonimi) non sono presi e spediti all’Invalsi, ma vengono caricati nel database dai docenti stessi della scuola. “Accade così – dicono gli studenti – che gli insegnanti siano a conoscenza del risultato delle loro e delle altre classi e si vantino poi alle riunioni con i genitori di avere ottenuto il risultato migliore della scuola”.

Invalsi, peraltro, è un ente pubblico commissariato da anni. Per le prove somministrate nel 2012 a 2,9 milioni di studenti si sono spesi 7,4 milioni di euro. Buona parte serve a pagare i “somministratori” delle prove che hanno contratti temporanei ma ben pagati: “Un dirigente scolastico può integrare stipendio o pensione con 450 euro lorde al giorno, un professore laureato con 5 anni di servizio è pagato 180 euro per ogni somministrazione (classe o scuola, a seconda del profilo per cui è selezionato)” denuncia l’Unione sindacale di base della scuola.