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Le scritte sui muri di Genova? “Un fenomeno sociale che racchiude l’anima della città” fotogallery

L'intervista con Silvia Pesaro, editrice di 'Genova sui muri': "Non siamo pro o contro, ma sono le cicatrici di questa città, e nessuno fa un'analisi"

Genova. Scritte poetiche e insulti, rivendicazioni politiche e dichiarazioni d’amore (o di odio), scritte che rispondono ad altre scritte, che le modificano o le ribaltano, che deturpano muri e portoni, che dicono cose divertenti oppure molto stupide. Scritte che incuriosiscono, spesso fanno arrabbiare, talvolta fanno sorridere, ma che i genovesi e i turisti si soffermano a leggere o a fotografare perché in ogni caso comunicano qualcosa.

La polemica sulle scritte, in particolare in centro storico, è esplosa rabbiosa in piena campagna elettorale soprattutto dopo che la riverniciata sui muri a coprire le scritte in piazza Sarzano e al Carmine ad opera di gruppi di cittadini dei rispettivi quartieri è stata sbeffeggiata con nuove scritte a meno di 24 ore. Da lì sui social minacce e insulti contro gli ignoti vandali diventati un po’ il simbolo di tutti i mali della città.

“Le scritte sui muri? Sono l’anima di questa città” dice Silvia Pesaro, giovane editrice che due anni fa ha pubblicato il libro fotografico ‘Genova sui muri’ (editrice Tuss). “Prima di pensare se cancellarle o meno andrebbero almeno lette per capirne i messaggi perché le scritte raccontano storie e sono un modo per comunicare umori o rispondere a malumori e incertezze della società”. Il libro a due anni dalla pubblicazione sta andando molto bene soprattutto nelle librerie più bazzicate dai turisti anche se non ha mancato in passato di suscitare l’ira di chi ha accusato autori ed editore di incentivare in questo modo indirettamente graffittari and co che in effetti continuano a ricevere e-mail foto di nuove scritte per una possibile nuova edizione.

Scritte sui muri

“Il nostro libro non è pro o contro le scritte – precisa l’editrice – ma è evidente che il fenomeno meriterebbe una riflessione di tipo sociologico, mentre il dibattito è di livello basso, incentrato sul decoro. Sarebbe interessante vedere la stessa acredine e la stessa rabbia quando si parla della mancanza di posti di lavoro a Genova”.

Il libro, un lavoro a più mani, è nato quasi per gioco quando Nicola Rossi, Lorenzo Cavo e Giulia Dogliotti, che ne diventeranno gli autori hanno cominciato a fotografare le scritte, e ad usarle per rispondersi con lo smarphone. Da lì è nata la pagina Facebook e poi il libro. “Noi l’abbiamo visto come un fenomeno sociale – spiega l’editrice – che è emblematico di una città come Genova visto che in altre città di provincia il fenomeno è quasi inesistente. Abbiamo voluto immortalare questo fenomeno con l’idea di fare attenzione a cose a cui normalmente non prestiamo occhio”.

“Le scritte stavano mettendo in luce una chiara ‘visione’ urbana’ una personalità cittadina che bisognava proteggere dalla prima passata di bianco” scrivono gli autori nella prefazione del libro. “Quasi più che visione – dice Pesaro – io parlerei di cicatrici. Da Genova è passato il G8, è passata l’alluvione e questi eventi hanno lasciato segni sui muri. A Balbi quattro sono state da poco cancellate le scritte delle BR che erano scritte storiche. A questo si aggiunge invece il nichilismo delle nuove generazioni, da noi esemplificato dalla scritta ‘Mamma vado al bar’o in quelle sulla movida”. “La movida è una merda” e poco distante “La movida è pace sociale”. Critiche alla gentrification dei vicoli, insulti ai partiti, ai sindacati, alla polizia, ma anche messaggi ai fidanzati o agli ex e scarabocchi di chi probabilmente nelle vie della movida ha bevuto qualche bicchiere di troppo.

Microstorie o storie a puntate disegnate o pasticciate sui muri che raccontano una città che Silvia Pesaro (laureata in sociologia) definisce “irregolare non solo morfologicamente” e che forse meriterebbero analisi di sociologia urbana più che risse sui social e appelli a più controlli di polizia. Anche perché dopo la conversione del decreto Minniti la condanna per imbrattamento (articolo 639 del Codice penale) può ora portare con sé anche l’obbligo di ripristino e ripulitura oppure il vincolo a sostenerne le spese. Come dire: a mancare non sono certo le leggi contro i presunti ‘vandali, ma piuttosto le analisi su una città che – tolte le deformazioni della campagna elettorare in corso – ha smesso di riflettere su se stessa e sui suoi bisogni.