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Omicidio Molassana, N’Dyaie condannato a 4 anni per rapina. Il pm dispone nuove indagini sul delitto

Chi ha ucciso davvero Davide Di Maria? Perché era legato con delle fascette? Perché sul suo corpo non c'è il dna del presunto assassino ma quello dell'amico?

Genova. E’ stato condannato a 4 anni per rapina Marco N’Diaye, il senegalese nella cui abitazione di Molassana 24 ore dopo, nel pomeriggio del 17 settembre 2016, è stato ucciso il pusher 28 enne Davide di Maria. Quella rapina, ai danni di due trentenni di Marassi, era stata fatta proprio da N’Diaye, difeso dall’avvocato Alessandro Vaccaro, insieme a Di Maria e al colombiano Cristian Beyron, anche lui presente nell’abitazione di Molassana il giorno del delitto. Per Beyron la condanna è stata di 3 anni e sei mesi. Il processo si è svolto con rito abbreviato e ad entrambi il gup Claudio Siclari ha concesso le attenuanti generiche.

La rapina a Marassi: “Genova è nostra”. Avviene il giorno precedente l’omicidio. I due genovesi malmenati sono consumatori di hashish e qualche volta di sarebbero riforniti dal ‘trio’. Il pomeriggio del 16 settembre il ‘trio’ li contatta obbligandoli a comprare 5 mila euro di fumo. L’incontro avviene in un box di Marassi. Al loro rifiuto vengono minacciati, derubati e picchiati. A uno dei due Ndiaye prende anche la carta di credito con cui ritirare 600 euro mentre gli ‘amici’ restano di guardia. Poi gli svuotano i portafogli per circa 350 euro complessivi e gli dicono che si sarebbero dovuti rivedere il lunedì successivo per dare loro i 4 mila euro rimasti. Quando il 28 enne il lunedì andrà all’appuntamento non troverà però nessuno. Nel frattempo dai giornali scopre che Davide di Maria, uno di quelli che lo ha minacciato e aggredito, è stato ucciso. Non solo. Sul cellulare di N’Diaye, quando verrà arrestato per la pistola, gli investigatori trovano la foto della carta di identità di una delle vittime. Ancora, mentre minaccia e pesta i due, Ndiaye, avrebbe urlato : “Genova è nostra” in relazione al controllo dello spaccio.

Il collegamento con l’omicidio. Secondo gli investigatori della squadra mobile i tre (N’Diaye, Di Maria e Beyron) avrebbero lavorato per la famiglia Morso, ma ad un certo punto provano a mettersi in proprio. Nel frattempo però hanno accumulato un debito di qualche migliaia di euro nei confronti di Guido che con quella rapina cercano senza successo di saldare. L’appuntamento del pomeriggio del 17 settembre in casa di N’Dyaie a Molassana viene fissato proprio per saldare il debito. I tre attendono l’arrivo di Guido Morso che però arriva insieme al padre Vincenzo. Appena entrano ne nasce una colluttazione, parte anche un colpo di pistola ma Davide Di Maria sarà poi ucciso da una coltellata al cuore. Il sostituto procuratore Silvio Franz ha chiuso le indagini sostenendo che è stato Guido Morso a uccidere Davide Di Maria con un coltello che non è mai stato trovato.

Il mistero delle fascette. Di Maria viene ritrovato con un polso e una caviglia legati ciascuno con una fascetta da elettricista. Anche su questo i suoi ‘amici’ danno versioni contrastanti parlando prima di un gioco con cui Di Maria avrebbe mostrato agli altri che era in grado di liberarsi, poi di una scenetta allestita per l’arrivo di Guido Morso con cui N’Diaye e Beron avrebbero ‘consegnato’ il debitore. Le fascette sarebbero state acquistate il giorno prima da un amico per conto di N’Diaye e così come sono posizionate su polso destro e caviglia sinistra (non strette e non collegate fra loro) non potevano impedire a Di Maria di muoversi.

Il dna. Sul cadavere di Davide Di Maria è stato trovato il dna di Marco N’Diaye e nessuna traccia invece di quello di Guido Morso, elemento che il difensore di Morso, Riccardo Lamonaca, giudica quantomeno anomalo visto che l’omicidio secondo la perizia del medico legale Alessandro Bonsignore sarebbe scaturito proprio al termine di una colluttazione che presuppone un contatto fisico di un certo rilievo.

I nuovi accertamenti disposti dal pm
. Troppi dubbi e troppi elementi che non tornano in quello che è chiaramente il delitto della stanza chiusa in cui i ‘testimoni’ sono tutti convolti nel delitto. Per questo il sostituto procuratore Alberto Lari, che ha acquisito il fascicolo dal collega, ha delegato la squadra mobile di svolgere ulteriori accertamenti e prima di chiudere definitivamente le indagini interrogherà di nuovo tutti i protagonisti di questa vicenda dai contorni poco chiari. Chi ha ucciso davvero Davide Di Maria? E’ stato Guido Morso come sosteneva il pm Franz? O forse il padre Vincenzo? Oppure come sostengono i difensori dei Morso è stato uno dei suoi presunti amici?

Tutti in carcere, ma per ragioni diverse. Al momento Guido Morso è in carcere come unico imputato per l’omicidio, N’Dyaie per il possesso di una pistola (su cui però non ci sarebbero le sue impronte, Christian Beyron per la rapina per cui oggi è stato condannato) e Vincenzo Morso, padre di Guido, con alle spalle un’indagine per associazione a delinquere di stampo mafioso, per il possesso della pistola, con matricola abrasa, da cui è partito un colpo durante la colluttazione a cui è seguita la morte di Di Maria. Vincenzo è difeso dall’avvocato Mario Iavicoli che in un primo tempo difendeva anche Guido e lo aveva accompagnato in caserma quando si è costituito.