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Frana a Quezzi, è scontro privati-Tursi. Crivello: “Procediamo noi, ma dovranno pagare” fotogallery

I condomini fanno recapitare una lettera del loro avvocato: "La rimozione dei detriti non è compito nostro"

Genova. Il Comune di Genova ha dato il via libera all’impresa che già un mese fa era intervenuta per la microfrana in via Daneo, a procedere alla rimozione di tutti i detriti dall’alveo del Fereggiano. La decisione è stata presa a quattro giorni dalla frana che la notte tra sabato de domenica ha portato allo sgombero, seppur temporaneo, di 130 abitanti con un palazzo (il 65 di via Portazza) con le fondamenta parzialmente scoperte, ed altri due a rischio se fosse crollato il primo.

Dopo il rientro quella sera stessa degli abitanti però è cominciato il braccio di ferro tra Comune di Genova e privati. Il terreno franato è infatti privato e Tursi, già con la prima frana, pur procedendo per una questione di incolumità pubblica, aveva intimato ai privati di intervenire per la messa in sicurezza. E dopo la frana di domenica il concetto è stato ribadito: “Aspettiamo entro domani alle 14 – aveva detto Crivello martedì in sala rossa a Tursi – che i privati ci inviino un cronoprogramma degli interventi da eseguire, se non sarà così procederemo noi e ci rivarremo poi sui privati”.

Ieri pomeriggio il comune di Genova, anziché ricevere il cronoprogramma dei lavori, ha invece ricevuto la lettera di un avvocato che tutela gli interesse i dei condomini: “Il mio cliente non intende eseguire l’opera di pulizia di all’alveo visto che non è di sua competenza – si legge nella missiva – per cui invito il Comune a provvedere”.

L’unica attività che sembrano intenzionati a mettere in campo i condomini è l’installazione di un sistema di monitoraggio sulla stabilità dell’edificio.
Il Comune quindi procederà ancora una volta in danno: prima con la rimozione totale dei detriti, poi con la messa in sicurezza dell’argine. Il conto dell’impresa comunque verrà pagato da Tursi ma poi messo a carico dei privati: “Non possiamo fare altrimenti – ribadisce Crivello – perché da un punto di vista contabile non potremmo giustificare un’attività su un terreno che non è di proprietà pubblica”.