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Poliziotto uccide moglie e figlie mentre dormono: “Non vi lascio sole, vi porto con me” fotogallery video

Alle 6.40 la chiamata al 113. Di recente aveva contratto un prestito per il quale gli veniva trattenuto un quinto dello stipendio

Genova. “La vita ha troppi problemi. Non vi lascio sole, vi porto con me” ha scritto in un biglietto Mauro Agrosì, poliziotto di 49 anni, che questa mattina all’alba ha ammazzato con la pistola d’ordinanza la moglie Rosanna Prete e le figliolette Martina di 14 anni e Giada di 10. E sarebbero state proprio le due bimbe, a cui era legatissimo, ad essere uccise per prime. Agrosì ha usato un cuscino che ha funzionato come silenziatore.

Per ultima ha ucciso la moglie, che non si era accorta di nulla. Ancora qualche giorno fa, raccontano i vicini, li avevano visti mano nella mano. Non problemi familiari quindi ma problemi economici avrebbero portato al gesto di follia un uomo che tutti i vicini e i colleghi definiscono “una persona tranquilla, anche se di poche parole”.

Agrosì aveva problemi economici grossi, che forse in parte aveva nascosto alla sua stessa famiglia. Il poliziotto, vent’anni fa aveva scelto tramite un concorso interno la carriera amministrativa: era un tecnico e si occupava di computer, sistemava audio e video. Quindi pur lavorando fisicamente nella caserma del reparto mobile di Bolzaneto non aveva un ruolo operativo. E, a differenza dei colleghi, non aveva neppure le indennità da ordine pubblico che innalzano decisamente lo stipendio base. Secondo fonti investigative Agrosì guadagnava poco più di 1600 euro grazie all’anzianità di servizio. Forse poco per una famiglia monoreddito (la moglie non lavorava) di quattro persone. Avevano una bella casa, perfettamente curata in piazza Carlo Conti: l’appartamento all’ultimo piano è molto ampio e ha anche un grande terrazzo pieno di fiori. Proprio dei fiori sono stati depositati dai vicini davanti al portone presidiato per tutta la mattina dalla polizia mentre la scientifica cercava elementi per spiegare il terribile gesto e la mortuaria portava via i corpi delle vittime e del loro carnefice.

Di recente aveva contratto un prestito elevato per cui gli veniva trattenuto un quinto dello stipendio. Non è chiaro se i debiti fossero legati alla sua fissazione con il gratta e vinci o se, invece, il gratta e vinci non fosse un tentativo estremo di provare a mettere una pezza ai debiti confinando in un po’ di fortuna. La piccola Giada i genitori l’avevano mandata a studiare al Calasanzio, forse speravano di farla crescere in un ambiente più protetto. Ma forse quelle spese non erano più sostenibili. La figlia più grande invece studiava al Gobetti. Le due ragazzine giocavano a tennis alla Dufour di Cornigliano.

Prima di uccidersi Agrosì ha chiamato il 113: “Le ho uccise tutte, venite qui, vi lascio la porta aperta”. Gli agenti delle volanti del commissariato di Cornigliano sono giunte sul posto in pochi minuti. I poliziotti sono entrati cauti, con addosso il giubbotto antiproiettile, perché sapevano che il loro collega era armato. Dentro una scena agghiacciante, anche perché Agrosì ha sparato sui suoi famigliari almeno sette colpi: tre i colpi sparati alla moglie, due alle figlie, un colpo sarebbe andato a vuoto. Poi ha ricaricato l’arma e dopo avere chiamato la polizia l’uomo ha puntato l’arma contro se stesso e ha fatto fuoco. Nessuno dei vicini sembrerebbe aver sentito nulla. Il cuscino deve avere silenziato parecchio l’arma.

Più strano appare che la moglie di Agrosì nello stesso appartamento non si sia svegliata per il rumore che proveniva dalle stanze delle figlie. Forse prendeva dei ramaci per dormire? Allo stato non si può nemmeno escludere che il poliziotto abbia sedato moglie e figlie ma solo l‘autopsia, che sarà eseguita dal medico legale Sara Candosin potrà fare chiarezza su questo aspetto.

Agrosì dopo circa tre mesi di malattia in seguito all’intervento a un ginocchio, proprio oggi avrebbe dovuto sostenere la visita medica propedeutica al rientro al lavoro. Ma dalla Questura ripetono che i problemi non potevano essere legati al lavoro dove andava d’accordo con i colleghi e svolgeva un’attività tranquilla, sei ore al giorno in ufficio e settimana corta. “Non c’è stata nessuna avvisaglia – ripetono i colleghi – che avrebbe potuto far pensare a un gesto del genere”.