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Delibere di iniziativa popolare: strumento inapplicato di una partecipazione ‘tradita’

Gli autori fanno parte della rete per le Delibere di iniziative popolare

Genova. Il Sindaco aveva posto la partecipazione dei cittadini al primo posto del suo programma elettorale, ma questa è stata una delle promesse non mantenute: a Genova, su questo tema, siamo molto indietro! Il Comitato Promotore delle 3 proposte di Delibere di Iniziativa Popolare ha seguito l’iter dalla legislazione comunale in essere, ovvero come chiaramente scritto nello Statuto del Comune ha scritto tre “leggi” raccogliendo oltre 2000 firme di residenti almeno sedicenni e le ha presentate al Presidente del Consiglio Comunale.

Poiché dopo quattro anni e mezzo il Comune non è stato in grado di adempiere ad un obbligo di legge vigente da 16 anni, cioè la mancanza di un regolamento, in questi giorni sta cercando in fretta e furia di approvarne uno, che però di fatto allontanerebbe inspiegabilmente di oltre tre mesi l’arrivo in aula e la discussione delle Delibere. Questo secondo noi del Comitato non è corretto: si cambierebbero le carte in tavola durante il gioco. Ben venga il regolamento, ma da applicare solo da ora in avanti. Questo ostruzionismo la dice lunga sull’effettivo interesse a incentivare la partecipazione da parte di chi va a rivestire ruoli di governo, a livello locale come nazionale.

Da notare inoltre che, in questo periodo, si usa molto il termine “partecipazione” ma la “riforma” della Costituzione su cui voteremo fra poco renderebbe più difficile l’uso degli strumenti esistenti a livello nazionale, le proposte di legge di iniziativa popolare e il referendum abrogativo. Lo renderebbe più difficile proprio ai comuni cittadini, perché raccogliere un elevato numero di firme, che vanno autenticate, rappresenta un costo notevole (un cancelliere di tribunale può chiedere anche 40 euro all’ora per stare a un banchetto).

Incide invece molto meno per le grandi organizzazioni, come i sindacati confederali, che comunque hanno già abbondanti canali di comunicazione con la politica. Spesso ci si stupisce della passività di gran parte della cittadinanza. Ma il cittadino isolato cosa può fare? Il Comitato delle Delibere di Iniziativa popolare ha incentrato proprio su questo argomento una delle tre “leggi”: si chiede di dotare il cittadino di strumenti che possano permettergli di
incidere sulle decisioni che le amministrazioni man a mano si trovano a
dover prendere.

Riuscire in questo significherebbe evitare che la politica istituzionale possa perpetuare all’infinito il monopolio del potere, di cui usufruisce e di cui approfitta abbondantemente. Rendere inutili i referendum, come quello per l’acqua non è una svista, ma la difesa di interessi economici e politici di quella che è stata definita “la casta”. Come è possibile che il concessionario di un servizio pubblico, l’acqua, realizzi un utile netto di 47 milioni su 200 di fatturato, quando il referendum ha “reso estraneo il servizio idrico dalla logica de profitto” (sentenza della Corte Costituzionale del 2010, che ha reso ammissibile il referendum)? Perché da 15 anni le bollette aumentano ogni anno del 5% più l’inflazione, mentre
gli utili aumentano ancora di più (dai 13 milioni del 2010 ai 36 del 2014 fio ai 47 milioni dell’anno scorso)? Per distribuire dividendi agli azionisti, in maggioranza società finanziarie (banche, fondi di investimenti…). Infatti succede quello che non era mai successo, tre allagamenti nell’arco di pochi giorni. Noi paghiamo e intanto la rete idrica va in malora. Ma la parte politica, che dovrebbe vigilare e tutelare gli interessi dei cittadini, invece tutela chi li spreme come limoni avendo il monopolio di un bene indispensabile, che era nostro e ora è della finanza e dei suoi complici politici.

Partecipazione è anche votare al referendum dell’acqua, in cui milioni di cittadini hanno operato una determinata scelta poi disattesa: proprio per questo si è deciso di dedicare una delle delibere all’argomento acqua chiedendo che eventuali utili vengano riutilizzati per migliorare il servizio idrico oppure per abbassare il costo della bolletta per i cittadini.
In conclusione per poter permettere una reale partecipazione di ogni singolo cittadino sicuramente non basta cambiare partito in quanto la rivoluzione nell’urna elettorale, ammesso che ci sia, può essere una condizione necessaria ma non è sufficiente. Così come non sono neppure sufficienti gli strumenti di partecipazione esistenti, ma almeno attiviamo
quelli.

Sarebbe un inizio e poi, man a mano cominciamo a introdurne dei nuovi per dare sempre più la possibilità alle persone di essere protagoniste nelle scelte per le loro città, per la loro nazione e più in generale per la loro qualità di vita. Lo scopo non è eliminare le istituzioni elettive, ma renderle più forti: infatti se i cittadini potessero effettivamente partecipare alle scelte di chi li amministra, questo eviterebbe molti attriti e creerebbe un
legame di fiducia, fra le parti, molto solido. Il motto del Comitato delle Delibere di Iniziativa popolare è proprio incentrato su questo: “L’alleanza Comune – cittadini: ci siamo anche noi”. Ma questo è possibile mantenendo i privilegi di cui oggi gode la classe politica?

Luca Motosso
Pino Cosentino

(La rete per le delibere di iniziative popolare riuscire 14 tra associazioni, sidnacati e comitati: COMITATO ACQUA BENE COMUNE GENOVA, MEDICI PER L’AMBIENTE – LIGURIA, ATTAC – GENOVA
COMITATO CONTRO LA CEMENTIFICAZIONE DI TERRALBA, COMITATO PROTEZIONE BOSCO PELATO, ASSOCIAZIONE AMICI DI PONTE CARREGA, GESTIONE CORRETTA RIFIUTI – GENOVA, ASSOCIAZIONE COMITATO ACQUASOLA, GRUPPO PER LA RIQUALIFICAZIONE DELL’EX MERCATO DI CORSO SARDEGNA, OR.SA AUTOFERRO-TRASPORTO PUBBLICO LOCALE, CUB TRASPORTI-GENOVA, USB GENOVA, CONFEDERAZIONE COBAS, GRUPPO LAVORATORI AMIU)