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Giampiero Ventura, la nazionale di calcio parla il genovese

Il nuovo commissario tecnico degli azzurri è il primo genovese a sedersi sulla panchina azzurra

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Genova. “Ma quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, che abbiamo noi, mentre guardiamo Genova ed ogni volta l’annusiamo, circospetti ci muoviamo, un po’ randagi ci sentiamo noi”.

La canzone di Paolo Conte ci dà il “là” per parlare di Giampiero Ventura, nuovo C.T. della nazionale italiana di calcio.

Il Ventura uomo, da buon “xeneize”, ama il mare in maniera viscerale… al punto di sentire – quando ne è lontano – la mancanza del profumo di salsedine… insaporito dai testi di De André, anche se la canzone che più gli piace è “Vedi cara” di Guccini”.

Ventura cresce nella delegazione di Cornigliano (all’epoca uno dei quartieri col più alto inquinamento acustico d’Europa, tanto da apprezzare adesso tutto ciò che è “silenzio”)… La sua Genova è lavoro e sacrifici, all’ombra dell’Italsider, le sue ciminiere e le file degli operai in attesa del turno serale… nel rumore assordante di fabbriche e traffico.

“Cornigiotto” (corniglianese) doc, non dimentica la sua infanzia, gli amici con cui sognava l’avventura e tutto ciò che era lontano… proprio perché era fuori dal grigio.

II campetto in terra battuta dell’oratorio di via Minghetti, con la disputa di furibonde partite di calcio, era la colonna sonora della vita di quei ragazzi e poi… l’amata Sampdoria, la squadra del cuore, nella quale entra a far parte nella stagione 1961/62, allenandosi sul campo polveroso della Sestrese, in via Chiaravagna (suoi compagni di squadra: il mister campione del mondo di Berlino 2006, Marcello Lippi, Tato Sabadini, che giocherà anche in nazionale e Pietro Sabatini).

Ventura, a differenza di tanti colleghi “predestinati” dei nostri tempi, è un “self-made trainer”, con tanta gavetta alle spalle, fatta di sudore, sacrifici, gioie, dolori. La sua voglia di vivere diventa contagiosa e da buon genovese, sa anche essere auto ironico, tanto da sapersi mettere in gioco anche nelle situazioni più intricate.

Inizia nella Sampdoria, prima come allenatore delle giovanili, poi come vice-allenatore, quindi parte dal basso, sulle panchine di Albenga, Rapallo, Entella, Spezia, Centese, infine arriva a Pistoia, quando il vecchio amico Mario Frustalupi, bandiera e simbolo della Sampdoria anni ‘60, lo chiama ad allenare gli “orange”, nell’Interregionale.

E’ un’esperienza decisiva quella pistoiese, col “Frusta” come direttore sportivo… poi un’escalation costante… Giarre, Venezia Lecce, Cagliari… prima della rischiosa scelta di allenare la squadra del cuore, la Sampdoria, che si rivela infelice; la promozione nella massima serie non arriva per un punto, dopo essere stato a lungo in testa… il patatrac s’intravvede a Bergamo, quando – a 15 secondi dal termine del terzo minuto di recupero – l’orobico Fausto Rossini, che poi vestirà il blucerchiato, pareggia (3-3) una partita ormai vinta dalla Samp.

Una ferita aperta per il “doriano” Ventura (che a 28 anni aveva dovuto appendere la scarpe bullonate al chiodo, con la fortuna peraltro di iniziare ad allenare “in casa”, diventando il secondo di Canali, Giorgis e Toneatto), anche se abbondantemente rimarginata a Udine, ancora Cagliari, Napoli, Verona, Pisa, Bari, Torino e ora … l’azzurro !

“In bócca a-o lô” (in bocca al lupo), Giampiero !