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“Per tre liguri su quattro l’abusivismo commerciale non è un reato”

L'indagine di Confesercenti parla chiaro: il 66% ammette di aver comprato almeno una volta dagli abusivi

Liguri che chiudono un occhio se si tratta di merce contraffatta. Lo certifica una ricerca Cescot Confesercenti presentata quest’oggi nell’ambito del convegno “Abusivi dichiarati, abusivi autorizzati” organizzato dall’Ente bilaterale del Terziario della Liguria.

Il commercio sommerso muove ogni anno nel nostro Paese 21,4 miliardi – equivalenti al 13,8% del fatturato ufficiale di commercio e turismo – per un giro d’affari stimato di 641,4 milioni di euro nella sola Liguria. Ma sulla cultura della legalità rispetto alla quale, a quanto pare, c’è ancora molta strada da fare.

Secondo l’indagine svolta su un campione di 500 residenti in Liguria, infatti, il 77% dei consumatori non considera un illecito la produzione e la vendita di merce contraffatta. Per la metà del campione (il 52%) si tratta tutt’al più di una semplice “irregolarità burocratica”, mentre solo il 23% degli intervistati giudica l’abusivismo per quello che effettivamente è: un reato da condannare. Stando così le cose, non stupisce che il 66% ammetta di aver comprato almeno una volta merce non conforme: il 24% del totale lo fa perché semplicemente gli conviene, senza guardare al resto; il 22% perché pensa, in questo modo, di aiutare il venditore a sopravvivere; solo l’11% non comprerebbe mai merce contraffatta perché consapevole di essere partecipe di un reato, a cui si aggiunge un 9% che evita semplicemente per mancanza di fiducia.

Scenario che non migliora nemmeno se si considerano gli acquisti online: al netto di un 31% di intervistati che riferisce di non comprare mai su internet, un cospicuo 25% ammette tranquillamente di comprare prodotti contraffatti quando ne ha convenienza e addirittura l’11% afferma di farlo abitualmente; altrettanti sostengono di averlo fatto inconsapevolmente ed il 9% quando se ne è presentata l’occasione; solo il 6% motiva con l’illegalità la scelta di non acquistare merce irregolare sul web.
Un’altra faccia dell’abusivismo è quella dell’evasione fiscale: il 60% dei consumatori si dice disponibile a rinunciare alla fattura – chi semplicemente per risparmiare qualcosa (il 27%); chi solo se lo sconto vale effettivamente la pena (11%); chi infine perché pensa che i soldi pagati allo stato andrebbero comunque sprecati (22%) – e in questo caso solo il 10% del campione è consapevole che l’acquisto di merce senza scontrino si configura come un illecito.

“Avevamo il sentore che nei confronti dell’abusivismo commerciale ci fosse una tacita tolleranza da parte dei consumatori, ma sinceramente non ci aspettavamo che i numeri andassero così nettamente in questa direzione – ammette Massimo Vergassola, direttore del Cescot e curatore della ricerca –. È evidente quindi come nel nostro Paese serva innanzitutto un recupero della legalità intesa come imperativo morale, nel momento in cui il deterrente della sanzione non è sufficiente o, addirittura, nemmeno conveniente se paragonato alla pressione fiscale che, per le aliquote più elevate, arriva fino al 70% dell’imponibile. D’altra parte, esistono anche casi limiti come quello di una madre che, ai nostri intervistatori, ha ammesso di aver dovuto comprare ai suoi tre figli altrettanti piumini contraffatti, perché altrimenti non avrebbe saputo come pagarli: è evidente che situazioni come questa esprimono un disagio che va al di là della semplice percezione di cosa è giusto e sbagliato”.

“Le conclusioni che si traggono da questa ricerca – commenta il direttore di Confesercenti Genova, Andrea Dameri – sono inequivocabili: è necessaria una campagna massiccia e coordinata di sensibilizzazione dei consumatori sui rischi per la salute, sulle mancate tasse introitate che vengono messe sulla schiena di tutti i cittadini e sui danni a imprese e posti di lavoro regolari. Occorre istituire un tavolo di coordinamento tra Regione, forze dell’ordine, associazioni di categoria, Comuni e Camere di Commercio per mettere a sistema gli sforzi prodotti dai diversi soggetti. Senza la cultura della legalità il lavoro d’intelligence per bloccare i prodotti contraffatti o fuori norma e l’attività di repressione non potranno mai portare a risultati significativi, né servirà a contenere il fenomeno. Senza considerare, poi, il problema delle nuove forme di abusivismo legate in particolare all’uso delle nuove tecnologie, per le quali occorre rispondere con strumenti adeguati”.