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Concordia, per la difesa non fu tutta colpa di Schettino: “La plancia non lo avvisò”

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Firenze. Il difensore Donato Laino, durante la sua arringa, ha chiamato in causa durante l’arringa al processo di appello di Firenze l’equipaggio e in particolare la plancia della Costa Concordia, che non avrebbe adeguatamente supportato il comandante prima dell’incidente al Giglio.

“Schettino aveva un equipaggio – ha detto Laino -. Quando, rientrato in plancia, chiese la velocità a Ciro Ambrosio (primo ufficiale della Costa Concordia, che ha patteggiato la pena) che lo sostituiva al comando, non la chiese a un nessuno, ma al suo sottoposto”.

“In plancia – ha proseguito – c’erano gli ufficiali Ambrosio, Coronica, Ursino, il timoniere Rusli Bin, l’allievo Iannelli, che non sono elementi estranei, non sono i mozzi. Perché non lo avvisarono in tempo della reale posizione
della nave?. E perché Ambrosio non chiese esplicitamente a Schettino quando avrebbe dovuto passargli il comando, quando avrebbe voluto proseguire al suo posto?”, ha anche chiesto l’avvocato Laino facendo riferimento alla sentenza di primo grado laddove si sottolinea che Schettino aveva imposto autorità sulla nave al punto da non ammettere di essere contraddetto dai subordinati, che lo temevano. “In realtà – ha continuato Laino – a bordo della nave e in plancia il clima era tranquillo, socievole”.

Sempre criticando la sentenza di Grosseto, l’avvocato Laino ha aggiunto: “Anche il chiedere la velocità non può essere considerato un elemento di turbativa, di distrazione per Ambrosio tanto da non fargli dire che rotta teneva la rotta la nave”. Per il difensore di Schettino, “Ambrosio è stato inattendibile, ha cambiato versione varie volte, ci sono balle nel suo racconto”, mentre “Schettino si è affidato alla giustizia e si fece interrogare subito ad Orbetello quando però ancora non era lucido e risentiva delle conseguenze dell’ incidente”.

La difesa oggi ha chiesto di riaprire il dibattimento anche per sentire l’ufficiale di plancia Silvia Coronica, che patteggiò la pena, ma che al processo di primo grado si avvalse della facoltà di non rispondere.