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Nazifascismo, un atlante racconta le stragi: i 26 eccidi di Genova e provincia foto

Fucilazioni e rappresaglie: dalla "Pasqua di Sangue" alla spiaggia dell'Olivetta

Genova. Ventisei stragi in poco più di un anno, di cui 5 nella Genova medaglia d’oro della Resistenza. Sono gli episodi mappati sull’Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia, un gigantesco database di tutti gli episodi simili verificatisi a partire dall’occupazione tedesca dopo l’armistizio, fino alla liberazione da parte degli alleati.

Diciannove mesi che insanguinarono tutta la nazione, ma in particolare il Nord (4465 vittime in Toscana, 4313 in Emilia Romagna, 2793 in Piemonte), mentre per ovvie ragioni il Sud, da cui iniziò l’avanzata alleata, fu risparmiato (solo 20 vittime in Calabria). In ogni caso ogni regione pagò il suo tributo di sangue: si salvò soltanto la Sardegna.

In Liguria sono state registrati in totale 850 vittime in 169 stragi, di cui 26 in provincia di Genova.

La prima fu l’eccidio di Forte San Martino, venerdì 14 gennaio 1944. L’ultima al Muraglione antisbarco di Rapallo, martedì, 24 aprile 1945. In mezzo una scia di sangue che non risparmiò la provincia di Genova poco prima della Liberazione ufficiale.

La fucilazione di San Martino avvenne in risposta all’attentato gappista ai danni di due ufficiali tedeschi avvenuto il giorno precedente (13 gennaio 1944) nella centrale Via XX settembre. In otto furono prelevati dal carcere e portati al forte di San Martino dove furono fucilati da parte di fascisti ed SS tedesche, in seguito al rifiuto da parte del tenente dei carabinieri Giuseppe Avezzano Comes e del suo plotone di eseguire l’ordine.

Il 2 marzo 1944 fu fucilato un rappresentante Pci, tra i primi fondatori del CLN di Santa Margherita, arrestato dalle SS Tedesche dopo una denuncia. Sottoposto ad interrogatorio presso il comando tedesco di Santa Margherita insediatosi all’Hotel Miramare, non rivelò nulla nonostante le sevizie subite. Venne colpito a morte durante un tentativo di fuga. La famiglia non ricevette comunicazione della morte ma del trasferimento del prigioniero in campo di concentramento.

L’episodio di Isoverde, l’8 aprile del ’44, si colloca invece nell’ambito del grande rastrellamento della “Pasqua di sangue” che coinvolse l’area del monte Tobbio e l’intera zona al confine tra l’alessandrino e il genovesato che portò alla morte di circa 150 partigiani tra fucilazioni sommarie e scontri (Benedicta, Isoverde, Masone), e alla deportazione di circa 350 prigionieri. Le vittime di Isoverde furono catturate nell’ambito del rastrellamento, parallelamente agli episodi della Benedicta e di Passo Mezzano nei quali persero la vita oltre un centinaio di patrioti tra combattimenti e fucilazioni sommarie.

Nell’estate del ‘44 i partigiani catturati da un comando vennero condotti in località Gnorecco e fucilati dopo essere stati costretti a scavarsi la fossa. Per rappresaglia, nei confronti della popolazione di Cichero, colpevole di solidarietà con i partigiani, vennero razziate le case e appiccato il fuoco all’intero abitato.

Ad un progressivo rafforzamento della presenza partigiana corrisposero azioni di rappresaglia da parte nazifascista. La costante tensione tra le parti fu molto viva nello snodo cruciale tra la val Polcevera, canale di accesso alla città di Genova e la valle Scrivia, via privilegiata per il Piemonte.

Il 7 Agosto, fermato per un controllo documenti da parte di due militi della Brigata Nera, “Gen Silvio Parodi”, il partigiano Luigi Lavagetto li colpì a morte. Immediata la reazione dei fascisti del presidio di Campomorone, che rastrellarono e fucilarono.

Qualche giorno dopo, nella notte del 13 agosto i partigiani, esaurite le munizioni, si ritirano su posizioni già stabilite mentre gli alpini della Monterosa, insieme ai militi delle Brigate Nere e ad alcune truppe tedesche occupano il paese di Barbagelata dandolo alle fiamme e massacrando tre civili del posto, rei probabilmente, di aver opposto resistenza.

La fine di Agosto 1944 coincide con una serie di rastrellamenti nazi-fascisti. Il 29, il partigiano della Brigata Berto, Mario Pagliughi, attraversa la strada Rezzoaglio – Boschi per oltrepassare il fiume Aveto e così sfuggire al rastrellamento in atto. Viene individuato e colpito da Alpini della Monterosa. Finito con il calcio del fucile, il corpo viene gettato in una scarpata e ricoperto di pietre.

Il 5 ottobre è la volta di un maresciallo dei carabinieri in pensione, autore all’indomani dell’armistizio di una rete clandestina antitedesca e antifascista a Castiglione Chiavarese: arrestato e condotto nelle carceri di Chiavari sarà fucilato per mano fascista dopo che la sua casa fu saccheggiata e incendiata.

Il 29 ottobre un gruppo di partigiani, sulla statale nei pressi di San Colombano Certenoli, attacca un reparto alpini, nello scontro muore il capitano De Kummerlin, Immediata la rappresaglia: sette partigiani vennero fucilati, insieme a un ottavo non identificato, in frazione Pedagna, nel luogo ove era caduto il capitano De Kummerlin.

Ma è la spiaggia dell’Olivetta a Portofino a segnare il maggior numero di vittime. Sabato 2 dicembre cadono 22 partigiani: prelevati dalla IV Sezione (quella destinata ai prigionieri politici) del carcere di Marassi, furono portati al comando distaccato della Kriegsmarine nel castello di San Giorgio a Portofino. Li furono torturati e, legati con del fil di ferro, fucilati. I corpi vennero zavorrati e gettati in mare da un barcone per palombari, avvolti in reti metalliche, nel tentativo di occultare l’accaduto.

Il 14 dicembre perde la vita anche il primo bambino: Approfittando dell’inverno, le truppe nazifasciste, allo scopo di liberare le vie d’accesso al Nord, si impegnano in un rastrellamento per smantellare le tre formazioni partigiane operanti nella zona di Bargagli. I partigiani della Brg. Castelletto Div. GL Matteotti Moresco Giovanni e Moresco Giacomo, catturati durante l’operazione , si rifiutano di fornire informazioni sul movimento partigiano. Vengono quindi torturati e finiti con un colpo di pistola. Nel corso dell’azione il paese viene incendiato e saccheggiato e perde la vita un bambino di 9 anni, Leonardo Damonte.

Fra il 14 e il 16 Gennaio 1945, nei quartieri popolari di Sestri Ponente, S. Fruttuoso, Marassi e Borzoli, vengono ritrovati i cadaveri di 13 partigiani.

Negli ultimi mesi della guerra, le truppe nazifasciste, prima di ritirarsi definitivamente compiono numerose esecuzioni sommarie spesso senza una motivazione di rappresaglia. All’alba del primo febbraio 1945 sei detenuti politici vengono portati al forte Castellaccio, a Righi, sulle immediate alture di Genova. Non sapendo come entrare nel forte, la fucilazione avviene nel fossato in prossimità del ponte levatoio.

A Borzonasca per rappresaglia dieci partigiani vengono prelevati dalle carceri di Chiavari dove erano rinchiusi e fucilati il giorno successivo. Agli abitanti del luogo è imposto per alcuni giorni il divieto di rimuovere le salme.

Il 2 marzo vennero fucilati dieci partigiani a Calvari. Nella stessa data altri cinque sono rastrellati a Genova, condotti in una costruzione adibita a comando tedesco in località Barabini di Teglia in val Polcevera. Tutti torturati e uccisi probabilmente tra il 23 e il 25 marzo. I corpi, sepolti in località Rocca dei Corvi, vengono ritrovati solo al termine delle ostilità il 28 aprile 1945.

Infine una serie di esecuzioni compiute dalle truppe nazifasciste, ormai prossime al ripiegamento definitivo: 5 fucilati a Villa Pino di S.Margherita di Fossa Lupara, a Sestri Levante il 18 marzo e infine l’eccidio di Cravasco.

Venti detenuti politici vengono prelevati dalla IV Sezione del carcere di Marassi, tradotti su di un camion militare e alle prime luci dell’alba del 23 Marzo fucilati. Il paese di Cravasco viene saccheggiato e molte abitazioni date alle fiamme: sia nella notte del 22 marzo sia subito dopo la fucilazione i reparti tedeschi danno alle fiamme alcune cascine di Cravasco, depredando gli abitanti del bestiame e di altri generi di prima necessità.

Per questi massacri nessuno verrà mai punito: in molti casi gli autori si persero nel caos storico del periodo, in altri casi furono individuati ma genericamente “indagati” dall’esercito tedesco, solo raramente venne istituita un’indagine da Procure italiane che comunque, in larga parte, si conclusero senza esito.

Il progetto è nato nel 2009, quando il governo italiano e quello della Repubblica Federale Tedesca hanno insediato una Commissione storica congiunta (composta da 5 membri tedeschi e 5 membri italiani) con il mandato di elaborare un’analisi critica della storia e dell’esperienza comune durante la seconda guerra mondiale, così da contribuire alla creazione di una nuova cultura della memoria. A seguito delle raccomandazioni avanzate dalla Commissione nel dicembre 2012 a conclusione dei suoi lavori, il Governo della Repubblica Federale Tedesca si è impegnato a finanziare una serie di iniziative tese a valorizzare la storia e la memoria dei rapporti fra i due paesi nel corso del conflitto, con l’istituzione presso il Ministero federale degli affari esteri di un “Fondo italo-tedesco per il futuro”. Rientra fra queste iniziative la presente ricerca, promossa in collaborazione dall’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (INSMLI) e dall’Associazione nazionale partigiani d’Italia (ANPI), che ha permesso di definire un quadro completo degli episodi di violenza contro i civili commessi dall’esercito tedesco e dai suoi alleati fascisti in Italia tra il 1943 e il 1945.

 

L’Atlante delle stragi naziste e fasciste – che raccoglie i risultati della ricerca condotta – si compone di una banca dati e dei materiali di corredo (documentari, iconografici, video) correlati agli episodi censiti, ospitati all’interno del sito web. Nella banca dati sono state catalogate e analizzate tutte le stragi e le uccisioni singole di civili e partigiani uccisi al di fuori dello scontro armato, commesse da reparti tedeschi e della Repubblica Sociale Italiana in Italia dopo l’8 settembre 1943, a partire dalle prime uccisioni nel Meridione fino alle stragi della ritirata eseguite in Piemonte, Lombardia e Trentino Alto Adige nei giorni successivi alla liberazione. L’elaborazione su base cronologica e geografica dell’insieme dei dati censiti ha consentito la definizione di una ‘cronografia della guerra nazista in Italia’, che mette in correlazione modalità, autori, tempi e luoghi della violenza contro gli inermi sul territorio nazionale.

 

L’indagine storica è stata condotta a livello locale da un gruppo di oltre 90 ricercatori, che si è avvalso – oltre che dei risultati delle precedenti stagioni di ricerca, relativi in particolare a Puglia, Campania, Toscana, Emilia Romagna e Piemonte – di tre serie di fonti comuni a livello nazionale: la banca dati degli episodi di violenza sui civili compiuti durante l’occupazione tedesca in Italia, elaborata dalla Commissione storica italo-tedesca sulla base delle relazioni dei carabinieri reperite presso l’Archivio dell’ufficio storico dello stato maggiore dell’esercito e l’Archivio storico dei carabinieri di Roma; il Registro generale delle denunce per crimini di guerra raccolte a partire dal 1945 presso la Procura Generale Militare di Roma (illegalmente archiviate nel 1960), reperito dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause dell’occultamento dei fascicoli relativi a crimini nazifascisti (XIV Legislatura); le sentenze e i fascicoli dei procedimenti giudiziari dibattuti presso i Tribunali militari nel corso dell’ultima stagione processuale (dal 1994 ad oggi).

 

I risultati dell’indagine hanno permesso di censire oltre 5000 episodi, inseriti nella banca dati, per ognuno dei quali è stata ricostruita la dinamica degli eventi, inserita nello specifico contesto territoriale e nelle diverse fasi di guerra, e accertata l’identità delle vittime e degli esecutori (quando possibile). A partire da alcune acquisizioni storiografiche consolidate – la presenza di un sistema degli ordini che legittima la violenza sui civili; i massacri come prodotto di un’ideologia espansionistica di stampo razziale, quella nazista, che mira a destrutturare i confini geografici e la dimensione sociale dell’Europa – la ricerca ha posto in evidenza l’intreccio fra le violenze perpetrate contro la popolazione inerme e gli obiettivi che l’esercito tedesco si poneva nei diversi tempi e spazi della guerra in Italia. Fra questi, la lotta contro gruppi di resistenza armata, considerati – in particolare quelli di matrice comunista – promotori di una guerra per bande illegittima e irregolare, che non si faceva scrupolo di utilizzare quali soggetti attivi dello scontro donne e bambini; le campagne di punizione degli oppositori politici; il disegno di sfruttamento delle risorse umane ed economiche, attuato attraverso i rastrellamenti e la deportazione di civili inviati al lavoro coatto; le operazioni di ripulitura del territorio in prossimità delle linee difensive e dei percorsi della ritirata; il rapporto di collaborazione con uomini e strutture repressive e amministrative della Repubblica sociale, a volte protagonisti di una propria autonoma strategia stragista.