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Latte, la rete dei gelatieri per salvare quello delle valli genovesi

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Genova. “La cittadinanza ha dato un segno di vicinanza al comparto del latte molto forte e questo è certamente un fatto molto positivo, mi auguro che non si fermò, come spesso accade sui social, dopo qualche settimana perché i nostri allevatori hanno bisogno di essere sostenuti”. Ivano Moscamora, direttore generale della Cia, la confederazione italiana Agricoltori della Liguria, guarda con attenzione alla mobilitazione del web per il latte delle vallate genovesi che, dopo la scadenza del contratto con Parmalat, finisce nelle concimaie.

gelato

L’impegno dei cittadini, però, non basta, spiegano i rappresentanti del comparto, servono soluzioni concrete che possano permettere agli allevatori di continuare a produrre e a vendere il loro prodotto. Per trovare un soluzione, quindi, le organizzazioni professionali hanno chiesto all’Assessore Regionale all’agricoltura di riunire, attorno a un tavolo, i rappresentanti della filiera, per cercare un accordo.

“Il nostro obiettivo – spiega Moscamora – e’ quello di mettere in rete i produttori locali con gli utilizzatori, dalle piccole realtà casearie, per la produzione di formaggi locali, ma anche la rete delle gelaterie, che potrebbe costituire un bacino molto interessante”. Tra le ipotesi avanzate da Cia anche quella di rivitalizzare il marchio, già esistente, del “Valli Genovesi” per commercializzare direttamente il latte fresco.

Una soluzione analoga arriva da Germano Gadina, ex presidente di Coldiretti che propone di creare un centro consortile di pastorizzazione; “la tecnica moderna mette a disposizione impianti dalle dimensioni contenute e dai prezzi non molto elevati – spiega su Facebook – e con lo strumento finanziario PSR si potrebbe mettere in piedi una piccola “Centrale del latte” tanta cara ai genovesi e ai liguri in generale, che potrebbe portare in porto non solamente la salvezza ma pure lo sviluppo di queste aziende, permettendo la crescita qualitativa e quantitativa”.

Da Cia arriva anche la smentita a una voce che circola frequentemente i queste ore, quella del latte cinese al posto di quello delle vallate. “In questo momento abbiamo una grossa offerta, molto più vicina al nostro territorio, non credo, quindi, sia necessario farla arrivare dalla Cina – spiega Moscamora – anche perché siamo in una situazione di mercato in cui la produzione cresce e la domanda diminuisce. A questo si aggiunge il fatto che la conformazione dei nostri pascoli, in montagna, porti a costi più elevati rispetto al latte della pianura padana o del’alessandrino, il nostro latte, però, ha valori qualitativi tipici del latte di montagna e questo devono essere riconosciuti.