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Il retroscena

“Nessun furto, ero lì per lavorare”: i due genovesi “ragazzi” del gas si difendono

tribunale Savona

Un equivoco. Così questa mattina in tribunale Angelo Maurici, 27 anni, e Altin Verushi, di 45, entrambi residenti a Genova, hanno cercato di spiegare perché ieri sono finiti in manette con l’accusa di tentato furto nei confronti di una signora di 88 anni, E.T., residente in via Santa Lucia a Savona.

Secondo la polizia, con la scusa di farle sottoscrivere un nuovo contratto per la fornitura del gas, i due hanno cercato di derubarla di alcuini gioielli. Un’accusa che Maurici e Verushi hanno respinto con decisione nel corso del processo per direttissima: “Non siamo finti addetti del gas. Io sono venuto a Savona solo per lavorare, sono sei anni che lavoro per questa azienda che si occupa di contratti di fornitura di gas e luce. Ero già stato dalla signora nei mesi scorsi ed il contratto elettrico era partito, mentre quello del gas no e per questo volevo tornare da lei” ha spiegato il ventisettenne italiano.

Maurici, oltre a precisare di essere entrato nell’appartamento dell’anziana da solo, mentre il suo collega suonava ad altri campanelli (all’arrivo della polizia entrambi erano stati trovati nell’alloggio della presunta vittima), ha anche negato di aver aperto i cassetti: “Macchè aperto i cassetti per cercare i gioielli. E’ stata la signora a farmi entrare nella camera da letto per cercare una vecchia bolletta perché servivano gli estremi del contratto. Io non ho aperto nulla. Poi lei mi ha chiesto se volevo un caffè e ho accettato. Mentre lo preparava sono rimasto da solo nella stanza a cercare il documento nel cassetto, ma non ho frugato negli altri”.

Gli imputati hanno poi negato di essere entrati insieme nell’appartamento come gli viene invece contestato sulla base delle testimonianze: la pensionata avrebbe infatti telefonato al figlio per informarlo della presenza di “due persone” in casa per il contratto del gas. Un dettaglio smentito da Maurici: “Il mio collega non è venuto con me, ma è entrato dopo in casa, quando c’era già la figlia che urlava contro di me”. Una versione confermata da Verushi:

“Io ero salito ai piani alti del condominio, ma nessuno ha risposto al campanello. Stavo scendendo di piano in piano quando nelle scale ho sentito gridare una donna e sono ceso a vedere. La porta dell’appartamento era aperta e sono entrato per capire cosa stava succedendo: c’era la figlia della signora che discuteva con il mio collega.

L’anziana stava facendo il caffè e me l’ha offerto, poi è arrivato anche il figlio e infine la polizia”.
Dopo i primi accertamenti, ascoltate le testimonianze dell’anziana e della figlia, che allertata dal fratello della presenza di “due persone a casa della mamma” si era precipitata nell’appartamento per poi chiamare la polizia, gli investigatori hanno ritenuto che Maurici e Verushi nascondessero cattive intenzioni e, di conseguenza, li hanno arrestati. Per convincere la polizia delle loro buone intenzioni non è bastato nemmeno mostrare i contratti, quattro in tutto, che l’albanese aveva in una cartellina e il suo tesserino di riconoscimento.

Questa mattina nel corso del processo per direttissima l’arresto di entrambi è stato convalidato, ma il giudice non ha applicato nessuna misura cautelare disponendo l’immediata liberazione dei due imputati. Vista la richiesta di termini a difesa avanzata dai legali di Maurici e Verushi, gli avvocati Girolama Avenoso e Giovanni Battista Dellepiane, il processo è stato rinviato al prossimo 28 aprile. “Siamo convinti che si tratti di un equivoco e siamo convinti che i nostri assistiti chiariranno tutto. Quando è stata chiamata la polizia sono rimasti lì ad attendere gli agenti, se avessero avuto qualcosa da nascondere non avrebbero avuto motivo di farlo” hanno spiegato i legali.

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