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La lettera

Ilva, i portuali del Calp: “Serve sciopero cittadino per difendere lo stabilimento”

Ilva: terzo giorno di protesta

Genova. Erano in piazza anche loro, davanti allo schieramento dei carabinieri mercoledì mattina e oggi, e mentre l’incertezza sul futuro dell’Ilva prosegue, il collettivo autonomo dei lavoratori portuali scrivono una lettera aperta ai lavoratori di tutte le categorie e ai genovesi. “Pensiamo che la possibilità dello sciopero generale cittadino in solidarietà con la lotta degli operai dell’acciaieria sia la strada da percorrere per accrescere la forza di chi difende il proprio posto di lavoro” dicono.

“Pensiamo che la paventata chiusura, o il drastico ridimensionamento della forza lavoro delle acciaierie, oltre a mandare sul lastrico le famiglie di chi ci lavora, e annichilire il futuro dei figli di queste, sia una vera e propria tragedia per Genova e per Cornigliano in particolare, indebolisca tutto il comparto del lavoro relativamente garantito a Genova – tra cui il nostro – e condanni una fetta sempre più grande di lavoratori precari ad un destino senza sbocchi, oltre a costringere molti esercizi commerciali a chiudere”.

“Cornigliano è un quartiere periferico che soffre già gravi problemi e che potrebbe trasformarsi in una polveriera in cui l’odio di tutti contro tutti potrebbe far ulteriormente polverizzare la coesione sociale e fomentare la guerra tra poveri”.
Se c’è quindi una battaglia prioritaria per la sicurezza e contro il degrado è quella fatta per mantenere i livelli occupazionali e le garanzie complessive dei lavoratori dell’Ilva.

“Dobbiamo far sentire e rendere visibile il sostegno agli operai dell’Ilva – dicono i lavoratori del Calp – organizzandoci insieme a loro per sostenere la loro lotta che riguarda Cornigliano e tutta la città in tutti gli ambiti di vita del quartiere dalle scuole alle piazze, dagli esercizi commerciali ai mercati ai luoghi di culto”.

“Pensiamo che i veri responsabili degli attuali problemi come i Riva, vadano espropriati, che le acciaierie debbano essere nazionalizzate e poste sotto il rigido controllo degli operai e non di manager incompetenti piazzati dal politico di turno.
Solo prendendo in mano il nostro futuro e sconfiggendo la rassegnazione riusciremo ad uscire dalla crisi sociale che ci sta devastando”.

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