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Tra memoria e futuro

Ilva, Grondona (Fiom): “Noi privilegiati? Ci facciano lavorare”. Ecco cos’è l’accordo di programma e “perché va difeso”

Lo storico segretario della Fiom genovese ed ex operaio Italsider, ancora in trincea insieme ai lavoratori di Cornigliano, ripercorre la storia dello stabilimento e non nasconde la preoccupazione per il futuro.

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Genova. “Se qualcuno ci considera dei privilegiati ci tolga questo privilegio e ci faccia lavorare”. Francesco Grondona, ex segretario della Fiom genovese, anche se due anni fa ha ceduto lo scettro (nel segno della continuità) a Bruno Manganaro, resta nel coordinamento della Fiom ed è per tutti il ‘grande saggio’ dei metalmeccanici genovesi della Cgil. Militante di Lotta Comunista dagli anni Settanta ha guidato tutte le battaglie nei periodi più duri della crisi di quelle che una volta erano le fabbriche a partecipazione statale. E non se lo sogna neppure di abbandonare la ’trincea’, quella della piazza e dei tavoli che decideranno il futuro dell’Ilva di Cornigliano.

A Roma il 4 febbraio insieme a Manganaro, al coordinatore in Ilva Armando Palombo e al segretario della Camera del Lavoro Ivano Bosco ci sarà anche lui a fare al viceministro Teresa Bellanova una domanda che non ammette tentennamenti: “Auspichiamo che il governo ci dica che l’accordo di programma resta in vigore per chi arriverà a acquistare il gruppo” spiega. “Se sarà così fisseremo una calendarizzazione per vedere come attuarlo, ma vogliamo una dichiarazione politica, non certo l’ennesima manfrina con lo scopo di poter perdere altro tempo. E visto che il Governo non può pretendere che chi arrivi si accolli quell’accordo quantomeno per la parte reddituale, è evidente che i soldi per i contratti di solidarietà ce li deve mettere lui”.


“L’accordo è legge”

La richiesta dei contratti di solidarietà al 70% per due anni (e non fino a settembre) è solo un piccolo pezzo di quella risposta che prevede, come sanciva l’accordo, occupazione e reddito e sopratutto un futuro per lo stabilimento di Cornigliano. E se in una situazione normale sarebbe bastato incassare il primo passaggio (il cosiddetto emendamento Basso) e poi ridiscutere tutto a settembre, la vendita dell’Ilva impone un livello di attenzione nettamente diverso. Con un elemento in più che finora non è stato preso in considerazione: “Se l’accordo salta – avverte Grondona – è vero che il potenziale compratore ci guadagna perché non ha vincoli occupazionali ma con l’accordo saltano anche i 550 mila mq di aree che Riva ha ottenuto e oggi non sono più utilizzate per la produzione e che verrebbero restituite all’autorità portuale. Quindi l’acquirente non potrebbe più disporne”. Il riferimento è ai grandi colossi interessati soprattutto agli sbocchi sul mare. E l’accordo di programma la Fiom lo vuole difendere con le unghie e con i denti: “Quell’accordo vale per legge, fu sancito dalla presidenza del Consiglio dei ministri e da cinque ministeri, fu ratificato da delibere del consiglio regionale e comunale. Fu fatta addirittura una legge ad hoc per i lavori di pubblica utilità in quanto i lavori socialmente utili non erano più consentiti. Se poi lo vogliono cambiare, siamo disposti a sederci a un tavolo a due condizioni: reddito e occupazione devono essere garantiti”.

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Un po’ di storia

L’accordo di programma fu un vero e proprio “patto con la città” che mise fine a quasi vent’anni di proteste da parte degli abitanti di Cornigliano (a guidarlo furono soprattutto le donne, madri e mogli di molti operai) contro l’inquinamento e il correlato anomalo tasso di tumori. “Fin da subito si trattò di un patto chiaro – racconta Grondona – coniugare ambiente e lavoro. Ci dissero che Genova avrebbe avuto più sviluppo e più occupati e noi accettammo la scommessa in un momento in cui l’acciaio produceva utili”. In un primo tempo i Riva, che da primo azionista della Cogea ((Consorzio genovese acciaio) nel 1995 avevano comprato tutta l’Ilva, compresa Taranto, avevano proposto la sostituzione dell’altoforno con un forno elettrico, ma l’operazione si bloccò per un ricorso al Tar. A Genova non c’era più posto per un impianto a caldo. E il 29 luglio del 2005 i genovesi assistettero all’ultima colata. “Chi ci dice che abbiamo difeso i Riva sbaglia di grosso ma è vero che Riva fu l’unico a farsi carico di tutti gli occupati che tra impianti a caldo e freddo erano allora oltre 2.600”. In cambio Riva ottenne in concessione fino al 2060 circa 1 milione e 100 mq di aree, mentre oltre 400 mila furono restituite alla città. “In base all’accordo di programma 200 mila mq delle aree liberate avrebbero dovuto essere industriali, 50 mila destinate al verde pubblico, 50 al porto e il resto destinato ad attività commerciali. Ma le industrie non le abbiamo mai viste, solo i container di Spinelli”.

Dove sono le industrie?
Una storia che si ripete fra l’altro. “Quando alla fine degli anni ottanta fu chiusa l’area di Campi – racconta Grondona che all’Italsider di Campi ci andò a 23 anni per fare l’operaio, anche se aveva già dato tutti gli esami di Economia e Commercio – ci garantirono che sarebbero arrivate nuove industrie. Mi fecero addirittura vedere in che reparto avrei lavorato. In realtà di industrie non ne abbiamo viste e ci hanno messo dieci anni a riportare in quell’area 1.100 lavoratori come eravamo noi e come sappiamo i contratti che hanno sono ben diversi”.Così sono oggi le aree ex Ilva: nessuna nuova industria sulle aree, nessun investimento (che sarebbe spettato ai Riva e poi ai commissari) sopratutto sulla banda stagnata laddove in un primo tempo l’accordo di programma ne prevedeva addirittura il raddoppio. Oggi per rilanciare la banda stagnata servono 120 milioni e nessuno ce li vuole mettere. I commissari dell’Ilva a novembre avevano garantito la strategicità di quegli investimenti, a gennaio hanno alzato bandiera bianca dicendo che sarà il nuovo acquirente a decidere. E così oggi Cornigliano trema perché tutti in fabbrica sanno che ci sono già di fatto 350 persone di troppo, esuberi non dichiarati appunto perché sarebbe una violazione dell’accordo, e se non arriveranno gli investimenti per la banda stagnata (dove oggi lavorano 300 persone) questi esuberi, oggi congiunturali diventerebbero strutturali per 650 persone su poco più degli attuali 1650 dipendenti.


Arriva Ansaldo Energia (forse)

L’accordo è fatto, pronto, finito. Lo si dice da mesi ma da qui a vedere il nuovo capannone di Ansaldo Energia (13 mila mq) sulle aree Ilva per l’assemblamento della maxi turbine ex Alstom di acqua sotto i ponti ne passerà ancora parecchia tra intoppi burocratici tra cui i rilievi dell’Enav sul cono aereo. E alla fine il rischio che l’ingegner Zampini scelta un altro sito non è scongiurato. In ogni caso Ansando trasferirà vicino al mare una 40ina di addetti: nessuna nuova assunzione e sopratutto nessun assorbimento di manodopera Ilva.

Il buco nero della vendita
Non ci sono prepensionamenti possibili all’Ilva di Cornigliano: l’età media è di 40 anni, i più vecchi ne hanno meno di 50. E Genova non può permettersi di perdere altri occupati, ed altri pezzi di industria. Ma l’ipotesi più probabile per il compratore sarà senz’altro quella del ridimensionamento, difficile ad oggi immaginare una soluzione diversa. Lo confermano i silenzi e le mezze parole del Governo. Ancora ieri il ministro Guidi ha ricordato come a mettere le mani avanti che “le condizioni di contesto che negli ultimi due anni sono molto cambiate: il mondo dell’acciaio e della siderurgia e’ in un buco nero peggiore di quello del 2009”. Per questo per la Fiom non è possibile una vendita al buio. Il candidato numero uno, il colosso franco-indiano AncelorMittal (54 altiforni, 40 forni elettrici, 220 mila addetti e 93 milioni di tonnellate di acciaio l’anno) sembra essere interessato ad avere uno sbocco nel mediterraneo per vendere l’acciaio che produce già, sicuramente non a investire sulla banda stagnata di Cornigliano (80 mila tonnellate l’anno, briciole in pratica). E se a comprare saranno cinesi o coreani il quadro è destinato a variare di poco. “Per questo – ripete Grondona – l’accordo di programma deve essere garantito prima della vendita”.

Ilva: polizia in assetto antisommossa

Ilva, da vertenza industriale a questione di ordine pubblico?
Si dice che mercoledì mattina quando operai Ilva e polizia erano a un passo dallo scontro in lungomare Canepa sia stato il ministero dell’interno a gestire direttamente la partita, a convincere il Mise a un impegno con la presenza della sottosegretaria Vicari (fra l’altro sostituita 24 ore dopo). Da vertenza industriale e politica l’Ilva mercoledì scorso è diventata quindi una questione di ordine pubblico. “Non è un bel segnale” commenta il grande saggio della Fiom che insieme ai suoi ha gestito con disciplina e senso di responsabilità quella difficile piazza di quasi 2 mila persone. Qualcuno ha rispolverato il g8, tra fasce tricolore, transenne, agenti del reparto mobile con maschere antigas pronti a lanciare lacrimogeni se i grandi mezzi dell’Ilva avessero provato a forzare il blocco. Gli sguardi preoccupati da una parte e dall’altra della barricata raccontano di uno scontro che nessuno voleva e alla fine è stato evitato. Ma se è vero che a Genova non si picchiano gli operai e dopo il g8 ancora meno, è altrettanto vero che la Questura di Genova, proprio come al G8, rischia di essere esautorata dalle scelte romane. E il buon senso di tutti, se la politica non si assumerà le sue responsabilità, potrebbe non bastare più. “Cesare Romiti racconta nel suo libro che nel periodo più duro delle lotte alla Fiat andò a fare un giro di notte a vedere i picchetti davanti alla fabbrica. Disse che c’era gente che cantava e quelli quindi dovevano essere sindacalisti e non operai, perché gli operai se perdono il lavoro non cantano, sono arrabbiati”. Un monito, più che un avvertimento, per il Governo ma anche per chi ha a cuore il futuro della città.

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