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Alluvione 2011, i vigili ambientali ‘esautorati’ perché i volontari risparmiassero sulle telefonate

Il sistema collaudato per il monitoraggio dei rii viene modificato il giorno prima dell'alluvione

Genova. “Dalla giornata del 3 novembre, contrariamente a quanto avvenuto fino ad allora e da quanto previsto dal piano comunale di emergenza i coordinatori dei volontari non lavoravano più nei nostri uffici, ma furono collocati direttamente al Coc perché i volontari addetti ai monitoraggi preferivano chiamare direttamente il numero verde del Matitone che era gratis”. A parlare è Paolo Monte, responsabile del Rat, reparto territoriale ambiente della polizia municipale, chiamato a testimoniare nel processo per l’alluvione del 4 novembre 2011, che vede imputati per omicidio e disastro colposo e falso l’ex sindaco di Genova Marta Vincenzi, l’ex assessore alla Protezione civile Francesco Scidone e i dirigenti comunali Sandro Gambelli, Gianfranco Delponte e Pier Paolo Cha (oltre al capo dei volontari Roberto Gabutti, imputato di calunnia nei confronti del volontario Andrea Mangini.

Il reparto fino a quel momento si occupava di coordinare il lavoro di monitoraggi dei rivi in caso di allerta: “Il sistema prevedeva che un volontario gestisse anche il monitoraggio di più torrenti – ha spiegato Monte – la frequenza dei monitoraggi era variabile da tre ore, se il torrente per esempio era sul livello verde, a 15-30 minuti se la situazione era a rischio. E se un volontario doveva lasciare una postazione per monitorare un altro torrente, io potevo inviare una pattuglia a controllare il livello al posto suo”. Un sistema che salta improvvisamente il 3 novembre, ventiquattr’ore prima del disastro e della morte di sei persone. “Quel giorno Roberto Gabutti, che era il coordinatore che più frequentemente veniva nella nostra sede alla Foce, non si fece vedere.

Lo chiamai al cellulare e mi disse che si trovava al Matitone, dato che aveva ricevuto disposizioni secondo cui dovevano piazzarsi direttamente al Coc sia per agevolare i volontari, che avrebbero risparmiato sulle telefonate, sia perché i fogli con la compilazione dei monitoraggi, che noi inviavamo via fax, in questo modo sarebbero stati già in loco”. Chi prese la decisione? “Gabutti mi parlò genericamente del Coc e la mia impressione fu che lui fosse d’accordo”. Il dato è emerso anche da altre testimonianze tra cui gli interrogatori degli stessi imputati Gabutti, Gambelli e Scidone e sarebbe il secondo, con l’assenso dell’allora assessore comunale alla protezione civile a prendere questa decisione, che si rivelerà scellerata in quanto la presenza o meno del volontario Andrea Mangini sul Fereggiano è uno degli elementi costitutivi del processo.

“Io a Gabutti espressi varie perplessità visto che il Coc è notoriamente una sala più confusionaria rispetto alla nostra sede, ma non chiamai il mio dirigente per fare le mie rimostranze anche perché eravamo in situazione di allerta e la decisione era stata ormai presa”.

Di fatto da quel momento il rat viene estromesso non solo dal rapporto con i volontari, ma anche dall’attività in strada: “Nessuno mi fece più sapere niente tanto che la mattina del 4 mandai una pattuglia sul Bisagno non sapendo che a poche decine di metri stava per accadere il finimondo”.

In mattinata, ha testimoniato l’ex viceprefetto, responsabile del settore della protezione civile della Prefettura di Genova Edoardo Sottile che ha chiarito come “l’autorità massima locale di protezione civile era il Comune di Genova e a lui spettava la decisione di chiudere o non chiudere le scuole. Noi come prefettura decidemmo di chiuderle il 7 e 8 novembre, per consentire il ripristino del territorio dopo l’alluvione. Non a caso la decisione nel nostro caso riguardava tutta la provincia”. Rispetto all’esondazione del Fereggiano e alla convocazione del centro coordinamento dei concorsi Sottile ha chiarito: “Ci chiamarono dal Comune solo dopo l’evento”.