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In Liguria scatta la petizione contro il Piano Casa: “Il cemento non porta lavoro, ma speculazione”

I Verdi liguri hanno avviato la raccolta firme

Liguria. I Verdi liguri hanno avviato una raccolta firme sulla piattaforma change.org allo scopo di ottenere il ritiro del piano casa proposto dalla giunta regionale di centro destra.

Gli ambientalisti, infatti, ritengono che la Liguria abbia due importanti priorità: la manutenzione del territorio allo scopo di impedire i fenomeni ormai costanti di dissesto, anche nell’ottica di avviare turismo slow e un’agricoltura di qualità; la necessità di migliorare la qualità della vita o meglio “rammendare” le periferie, per usare una espressione di Renzo Piano, allo scopo di diminuire la quantità di spazio costruito, ma migliorare la qualità della vita ristrutturando l’esistente in una logica di risparmio energetico e di riqualificazione sociale.

“Abbiamo invece ottenuto un disegno di legge che punta alla permanenza delle norme superando quelle magari più restrittive dei piani regolatori comunali; la possibilità di ampliamenti di per se già eccessivi pure nei parchi regionali e la possibilità di ampliare pure gli edifici totalmente condonati – spiegano i Verdi – Invitiamo tutti i liguri a raccogliere le firme per cominciare a fissare un punto fermo: il cemento non porta lavoro, ma solo speculazione e disagio sociale”.

Sull’argomento era intervenuta subito anche Legambiente. “La Giunta regionale afferma di voler rilanciare il Piano Casa – ha affermato Santo Grammatico, Presidente di Legambiente Liguria – e mediante le dichiarazioni dell’assessore all’urbanistica Marco Scajola apprendiamo che il perno della legge per il rilancio del settore edile sarà basato su ristrutturazioni, ampliamenti e semplificazioni burocratiche. Temiamo non troveremo nulla di nuovo e di buono in termini di gestione del territorio nel redigendo Piano Casa e sopra tutto siamo certi questo non è lo strumento idoneo per il rilancio di un settore in piena crisi come quello dell’edilizia. Sarebbe opportuno valutare prima quali i risultati ottenuti a sei anni da quello varato nel 2009, già troppo permissivo su diversi punti”.

Dello stesso avviso anche la Fillea Cgil: “Non pensiamo che il rilancio del settore edile passi per la deturpazione dell’ambiente. Non c’è alternativa alla riqualificazione del tessuto produttivo, bisogna invertire il trend che ha visto aumentare le partite Iva che hanno superato i dipendenti. Ci vogliono aziende più grandi e più strutturate che possano investire in qualità”.