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Nubifragio a Genova, Arpal: “Ecco perché il Bisagno non è esondato”

La condizione di saturazione del terreno, i lavori effettuati dal Comune nell’alveo e sulle sponde del torrente, la pausa nelle precipitazioni: anche questi tre fattori hanno contribuito

Genova. La condizione di saturazione del terreno, i lavori effettuati dal Comune nell’alveo e sulle sponde del torrente, la pausa nelle precipitazioni: anche questi tre fattori hanno contribuito a far sì che il Bisagno (un bacino “medio-piccolo” da 99 chilometri quadrati) lunedì notte rimanesse al di sotto del livello di esondazione. Per soli 42 centimetri.

Arpal spiega che un primo, approssimativo colpo d’occhio a quanto accaduto fra domenica e lunedì si ottiene mettendo a confronto i dati del pluviometro di Genova Geirato e dell’idrometro di passerella Firpo, l’ultimo prima della copertura che porta al mare.

Nello stesso intervallo di tempo – 8 ore – la quantità d’acqua caduta il 9 ottobre 2014 e il 14 settembre 2015 non è stata poi così diversa: pochi giorni fa sono caduti 46,4 mm in meno rispetto all’anno scorso. E, soprattutto, è piovuto in maniera meno “impulsiva”, con una provvidenziale pausa fra le 3 e le 4.

Gli idrologi Arpal, insieme a Francesco Silvestro, Nicola Rebora e Luca Ferraris (ricercatori della Fondazione Cima), hanno studiato a fondo l’evento dello scorso ottobre, ottenendo un riconoscimento internazionale per il lavoro svolto: la pubblicazione dello studio “The flash flood of the Bisagno Creek on 9th October 2014: an “unfortunate” combination of spatial and temporal scales” (L’alluvione lampo del torrente Bisagno, una “sfortunata” combinazione di scale spaziali e temporali) sulla prestigiosa rivista scientifica Journal of Hydrology.

Un lavoro che arricchisce la comunità scientifica di una precisa e preziosa testimonianza su un evento meteorologico molto particolare, non direttamente riconducibile all’approssimarsi o al transito di un sistema frontale.

“L’entità di una piena e il volume di acqua che eventualmente inonda un’area urbana – spiega Andrea Cavallo, con Francesca Giannoni firmatari dell’articolo scientifico per Arpal – dipende da diversi fattori: quantità di pioggia e forma del bacino interessato, dinamica delle precipitazioni e condizioni di bagnamento iniziali. Il 9 ottobre 2014 è stato particolarmente “sfortunato” perché, fra le tante combinazioni spazio-temporali possibili, quella che si è verificata è stata una delle maggiormente critiche”. Con il picco più intenso caduto sul tratto terminale del bacino del Bisagno, su un terreno già saturo.

Non è la prima volta che la Liguria è usata come esempio “estremo” per quanto riguarda la modellistica, le procedure di protezione civile o la meteorologia in generale. Proprio l’evento del 9 ottobre scorso ha fatto ripensare il sistema delle allerte a livello nazionale. Insieme al passaggio ai “codici colori” è stata introdotta l’allerta per temporali, in precedenza esclusi dalle procedure di allertamento (come succede ancora oggi per il vento e il mare).

Ma attenzione: le caratteristiche dei fenomeni temporaleschi (rapido sviluppo, estensione limitata, evoluzione irregolare) rendono la loro previsione particolarmente difficile, ancor di più sul territorio ligure schiacciato fra montagne che sfiorano i duemila metri e il mare. Ad oggi i modelli meteorologici permettono di individuare soltanto le condizioni favorevoli alla loro formazione, e la maggior o minore probabilità di accadimento.

“È impossibile determinare, con il dettaglio operativo che tutti quanti vorremmo, dove, quando e quali caratteristiche avranno le celle temporalesche. Scostamenti di diverse ore o decine di chilometri rappresentano ancora la normalità nelle simulazioni dei migliori modelli alla più alta risoluzione possibile. A causa dell’elevata indeterminatezza dei fenomeni, l’allerta per temporali arriverà al massimo al livello arancione. Tuttavia in Liguria, soprattutto in certi periodi dell’anno, con l’allerta arancione per temporali bisognerà prestare la massima attenzione. Particolarmente quando comparirà nei bollettini Arpal accompagnata da forti, organizzati e stazionari: sono gli aggettivi distintivi dei fenomeni più intensi, capaci di produrre effetti al suolo potenzialmente devastanti”, termina Arpal.