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Picchiarono due clochard a Quinto, l’intercettazione: “Prima di finire dentro lo ammazzo quel tossico di m….” fotogallery

La frase è stata pronunciata da uno dei tre giovani arrestati, che non sapeva di essere intercettato

Quinto. Emergono nuovi inquietanti particolari sul caso del terribile pestaggio avvenuto nella notte del 17 giugno scorso a danno di due clochard in una delle sale di aspetto della stazione di Quinto.

Stazione di Quinto, agguato a due clochard

“Prima di finire dentro lo ammazzo quel pezzo di merda tossico del cazzo”. Pietro Monteleone, uno dei tre giovani arrestati perché presunti aggressori, non sa di essere intercettato ma, parlando al telefono con la madre precisa di aver fatto “casino” a volto scoperto e sotto una telecamera e ha paura di “finire a Marassi”.

La rabbia, però verso quel “tossico” che “non ha nemmeno il coraggio di dire perché è stato pestato” non si placa. Il motivo dell’aggressione è quello che lo stesso gip, nell’ordinanza di custodia cautelare che dispone gli arresto domiciliari per Monteleone, Manuel Ballotta e Luca Crosa, definisce il “comportamento moralmente riprovevole” tenuto da uno dei due clochard, che il pomeriggio precedente l’agguato si era iniettato una dose di eroina ai giardinetti di Quinto, a pochi passi dai bambini che giocavano.

In quell’occasione sono Monteleone (che gestisce un chiosco bar) e Ballotta, proprietario dei gonfiabili nella stessa zona, a litigare con il 33 enne senza tetto Davide N.. Per questo sarebbero stati loro, secondo l’accusa, a ideare e organizzare la vendetta. Infatti quella notte, intorno all’una e trenta, vale a dire un’ora prima dell’aggressione, le telecamere di sorveglianza della stazione registrano un primo ‘passaggio’ di tre persone. Un sopralluogo a cui partecipano Monteleone, Ballotta,e un terza persona che è stata identificata dagli investigatori squadra mobile come un amico dei primi due.

Una volta verificato che i due senza tetto sono effettivamente a bivaccare nella sala d’attesa del binario 2 entrano in azione, portandosi dietro un altro amico, Luca Crosa. Crosa entra in stazione con in mano un oggetto simile ad una catena di circa 50 cm e per “evitare gli schizzi di sangue” si mette in testa un sacchetto di cellophane come confermato da una delle vittime e da un testimone, che dalla finestra vedrà il terzetto uscire dalla stazione. In base alla ricostruzione degli investigatori il primo a entrare è Monteleone, seguito a breve distanza da Crosa, mentre Ballotta non passa dall’ingresso: scavalca un cancello ed arriva direttamente sui binari. Poi inizia il pestaggio a cui, in base a quanto emerso finora dalle indagini, avrebbero cui partecipato attivamente Monteleone e Crosa, mentre Ballotta urlava e insultava i due clochard.

Proprio su quegli insulti, poi due degli indagati si mettono anche a scherzare: a pochi giorni dai fatti Crosa chiama Ballotta e tenta di provocarlo allo scopo di farglieli ripetere al telefono. In un’altra intercettazione Ballotta, parlando con un amico, dice che se fosse riuscito a “passarla” sarebbe andato in Olanda. E la moglie, sempre al telefono, gli dice che le scarpe che ha lavato “sono rimaste macchiate di sangue”.

Ed è proprio quello che gli indagati dicono dopo l’aggressione che denota l’”assoluta assenza di sentimenti di resipiscenza” a convincere il gip a mettere i tre ai domiciliari per il rischio di una reiterazione del reato.