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“Album dei ricordi blucerchiati”: Mario Frustalupi, il “piccolo grande” regista

Diceva di lui Fulvio Bernardini: “E' un giocatore che usa piedi e cervello o meglio cervello e piedi e che quindi non deve faticare tanto a giocare, perché è intelligente”.

Genova. Raramente viaggio in treno e tanto meno sulla tratta ferroviaria che passa da Ronco Scrivia… ma “oggi è uno di quei giorni che ti prende la malinconia”… canterebbe con me Ornella Vanoni, qualora fosse nel mio scompartimento…

La mente corre indietro al 22 maggio del ’66… “bimbetto”, mi rivedo sul treno dei tifosi blucerchiati, che – mogi – tornano dalla trasferta di Torino, dove, all’ultima di campionato, la sconfitta subita dalla Juventus ha sancito la prima caduta in Serie B della storia della Sampdoria, complice l’odore di “biscotto” proveniente da Brescia, dove i locali in vantaggio per 2-0 sulla Spal, hanno concesso agli emiliani di pervenire al pareggio (e alla salvezza, grazie a quel punto), mentre al Comunale di Torino, un improponibile tiro di Gianpaolo Menichelli scavalca Pietro Battara, rendendo inutile il goal con cui Giancarlo Salvi aveva “messo una pezza” alla rete iniziale del brasiliano Cinesinho.

Ronco… perché Ronco, fra le tante stazioni di quel mesto ritorno ? Semplicemente perché è la prima fermata in Liguria… e i marciapiedi ai lati di binari, adesso deserti, in quella domenica di maggio del ’66, sono pieni di bandiere rossoblu, fatte sventolare dai compaesani di Franco Rivara, idolo locale, oltre che bandiera e capitano del Genoa…

E’ a Ronco che ho iniziato a capire cosa è il “derby” di Genova, unico per la sagacia degli sfottò dei tifosi.

Sembra ieri… e sono passati quasi cinquant’anni…

Queste le formazioni, in campo agli ordini dell’arbitro De Marchi :

Juventus: Anzolin, A.Gori, Leoncini, Bercellino I, Castano, Salvadore, Stacchini, Del Sol, Traspedini, Cinesinho, Menichelli. Sampdoria: Battara, Dordoni, Masiero, Vincenzi, Morini, Delfino, Catalano, Sabatini, Cristin, Frustalupi, Salvi.

Della partita ricordo un palo di Ermanno Cristin, sullo 0-0 (a portiere battuto) e un’eminenza grigia, sempre al posto giusto nel momento giusto, che calamita ogni palla delle manovre blucerchiate: Mario Frustalupi, regista inamovibile, dai lunghi lanci millimetrici, di una Sampdoria da “medioevo”… arrivato in prima squadra, dopo la trafila nelle giovanili (con la conquista del prestigioso Torneo di Viareggio nel ‘63, assieme a una nidiata di ragazzi davvero speciali (Morini, Salvi, Pienti, Garbarini) e l’esordio, con goal, proprio a Torino (4-2 per i granata, sempre all’ultima di campionato dello stesso anno).

Per altre sette stagioni consecutive, dirige il traffico in mezzo al campo… un autentico “pilota” capace di portare in porto la squadra anche con il mare “forza 8”, un professionista esemplare, sempre citato fra i migliori nelle cronache dei giornali sportivi… perché la copertura tv, di quei tempi, non è certo quella attuale e soprattutto lontano da Marassi ad essi bisogna ricorrere…

Non arriva in Nazionale, perché chiuso da mostri sacri come Rivera, De Sisti e Mazzola, ma il “Frusta” non avrebbe certo sfigurato con la maglia azzurra. Il suo allenatore alla Samp, Fulvio Bernardini, peraltro anche futuro C.T. dell’Italia, disse di Mario : “E’ un giocatore che usa piedi e cervello o meglio cervello e piedi e che quindi non deve faticare tanto a giocare, perché è intelligente”.

Nell’estate 1970, il presidente Mario Colantuoni assesta il bilancio del Doria con una doppia operazione “meneghina”, cosicché, mentre Romeo Benetti imbocca la Serravalle destinazione Milan (in cambio di Giovanni Lodetti), la stessa autostrada la prende Frustalupi, dato che è l’Inter a vincere l’asta con lo stesso Milan e la Juventus, accaparrandosi il piccolo grande regista, in cambio dell’icona Luisito Suarez e naturalmente, in entrambi i casi, i conguagli sono appostati in positivo nel conto economico della Sampdoria.

Resta in Lombardia due stagioni, ma il tecnico Giovanni Invernizzi non gli concede gli spazi dovuti, stante anche l’arretramento, nella sua zona di campo, della bandiera nerazzurra Sandro Mazzola, di modo che lo scudetto del ‘70/71 lo vince da comprimario e la gloria della finale di Coppa dei Campioni dell’anno dopo (giocata al posto di Mario Corso) è effimera, causa la sconfitta (2-0) contro l’invincibile Ajax di Johan Cruyff , Ruud Kroll, Johan Neeskens, Win Surbieer, Arie Haan.

Maggior fortuna gli riserva l’avventura a Roma (con la maglia della Lazio, allenata da Tommaso Maestrelli), dove la sua illuminante visione di gioco lo fa diventare un idolo dei tifosi, sulla strada che porta al primo scudetto bianco-azzurro.

Nel 1975, trentatreenne, passa al Cesena e anche qui, il “nano sapiente” (come l’aveva battezzato l’allora re dei cronisti sportivi Gianni Brera), coadiuvato tra gli altri da Pierluigi Cera e Giorgio Rognoni, sotto la guida dell’allenatore Giuseppe Marchioro, porta i romagnoli a un miracoloso 6° posto, con una relativa storica qualificazione in Coppa UEFA.

Nel 1977, è il presidente Melani a chiamarlo alla Pistoiese, in Serie B ed ecco un’altra impresa di questo giocatore, che – nonostante tutti i meriti – si può definire “l’antipersonaggio” per eccellenza.

Nella terza stagione in arancione, infatti, arriva un’altrettanto storica promozione per i toscani. E cosi, eccolo – a 38 anni, nel 1980 – ancora in Serie A, con gli altri ex sampdoriani Marcello Lippi e Roberto Badiani (oltre a Mauro Bellugi, Vito Chimenti ed anche Giorgio Rognoni) a tentare invano di raggiungere un’impossibile salvezza… ma, comunque, sempre in prima fila.