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“Album dei ricordi blucerchiati”: Sergio Brighenti, il capocannoniere

Primo capocannoniere della storia della Sampdoria

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Genova. Di solito, nei parallelismi calcistici, si ricorre alle somiglianze tecniche con giocatori di epoche precedenti, ma per spiegare che tipo di centravanti era il primo capocannoniere della storia della Sampdoria, scegliamo un n° 9 che ha indossato la stessa maglia molti anni dopo: Luca Vialli. Stessa fame di goal, identica grinta da centravanti moderno, che quando serve difende e combatte, pronto a partire in contropiede… un bomber potente di sfondamento, come il cremonese, tuttavia con una gavetta diversa… anche Sergio Brighenti parte dalla provincia (Modena), ma mentre “Stradivialli” (soprannome coniatogli da Gianni Brera) percorre la strada del successo con Samp, Juventus e Chelsea, quella del modenese è irta di difficoltà superiori, non tali comunque da impedirgli di lasciare un segno importante nel calcio italiano e blucerchiato in particolare.

Arriva presto all’Inter (ventenne), dove trova una concorrenza stellare, rappresentata dalle icone Benito “Veleno” Lorenzi, lo svedese Nacka Sloglund (che poi ritroverà a Genova) e l’ungherese (o apolide?) Nyers e fatica a trovar spazio (timbra in ogni caso 20 reti in 40 partite nel periodo nerazzurro).

Il Brighenti “meneghino” passa comunque alla storia per una tripletta in un Inter-Palermo
(4-0), immortalata dalle prime immagini trasmesse dalla televisione, che quello stesso giorno (3/1/1954) faceva il suo ingresso nelle case degli italiani, diventando anche – per tale exploit – il primo calciatore ospite della “Domenica Sportiva”, dove fu protagonista col “pistard” Antonio Maspes di un simpatico “siparietto”, ideato dal mitico cronista Nicolò Carosio, che li invitò ad una sfida allo spirometro, per vedere chi aveva più fiato (per la cronaca vinse il ciclista pluri-campione del mondo su pista).

Causa l’arrivo all’Inter di Antonio Valentin Angelillo, nell’estate del ’57, Brighenti è costretto a ricominciare dalla provincia (2 anni a Trieste e 3 a Padova, sempre Serie A comunque), dove – in Veneto – ha la fortuna di trovare “Paron” Nereo Rocco, un tecnico capace di trasformare l’Appiani in un “fortino” inespugnabile. Nei tre anni a Padova (un 3° posto, un 7° e un 5°), esalta, da perfetto finalizzatore, i contropiedi dei bianco-scudati, supportato dalla regia dell’ex Samp Humberto Rosa e dal fiuto del goal anche degli attaccanti che – in periodi diversi – l’affiancano ( Kurt Hamrin o l’altro doriano Mario Tortul), arrivando a meritarsi le luci della ribalta della Nazionale.

E dove poteva esordire, se non a Wembley e con in squadra, al centro della difesa, il capitano della Sampdoria Gaudenzio Bernasconi ? Naturalmente fa in modo che il suo nome venga impresso nel tabellino marcatori del 2-2 finale contro l’Inghilterra di Bobby Charlton (primo pareggio italiano a Londra e primo goal azzurro a Wembley, perché la doppietta di “Pepin” Meazza nella sconfitta per 2-3 del ’34 fu siglata allo Stadio Highbury) ed ancora agli inglesi segnerà il suo secondo goal in azzurro (su 9 partite, di cui 4 da sampdoriano), mettendo in rete, a Roma, la palla di un provvisorio vantaggio per 2-1, vanificato da due errori del portiere di riserva Vavassori, subentrato a gara in corso al titolare Lorenzo Buffon, che inchiodano la partita sul 2-3 conclusivo.

Un anno d’oro quel ‘60/61… una stagione-monstre (27 reti in 33 partite), con una tripletta alla Fiorentina di Montuori, Da Costa e l’ex compagno Hamrin nella prima partita del torneo giocata a Marassi e culminata con una quaterna – sempre in riva al Bisagno, il 2 aprile – agli ex compagni dell’Inter. Poi, a metà giugno, la sua ultima partita in Nazionale (peraltro con la fascia da capitano), in un clamoroso 4-1 rifilato in amichevole, a Firenze, all’Argentina… dopo di che, all’improvviso, l’oblio in azzurro… perché ?

Che c’entri un 9-1 fra Juventus e Inter di cinque giorni prima ? Una partita già assegnata alla squadra milanese, con un 2-0 a tavolino per invasione di campo e poi fatta rigiocare (a seguito di ricorso vinto dai torinesi) col “mago” Herrera che, per protesta nei confronti delle istituzioni (il presidente della Juve ricopre anche la carica di presidente della F.I.G.C.), manda in campo i ragazzini nerazzurri (fra cui Sandro Mazzola, in goal su rigore), consentendo ai bianconeri e a Sivori in particolare, di maramaldeggiare. Enrique Omar Sivori segna sei reti e grazie al miglior quoziente goal/partite giocate, si aggiudica il premio “sportsman” dell’anno anche grazie alla declassificazione (in autorete di Tumburus) di un goal fatto al Bologna dal sampdoriano. Serve a poco l’atto distensivo di Umberto Agnelli, che fa “clonare” la coppa d’oro vinta da Sivori e la regala al blucerchiato… da lì in avanti l’ascesa di Brighenti s’arresta… niente più Nazionale (forse perché la Federazione teme un’ipotetica incompatibilità fra i due rivali), ma anche perché soppiantato in azzurro da un campione quale l’altro naturalizzato José Altafini, oltre che per una minor “verve” del centravanti doriano (solo 9 marcature e poi 7 nei due campionati successivi), al punto che nell’estate ’63, dopo undici anni, il “figliol prodigo” torna casa, a difendere quelle stesse maglie canarine del Modena, già indossate dal padre e dal fratello maggiore.

Un bel canto del cigno per lui (11 goal in 30 partite, che non bastano a salvare gli emiliani dalla retrocessione in Serie B, sconfitti proprio dal Doria nello spareggio salvezza di San Siro.