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Violenza ultrà, lo psicologo dello sport: “Entro certi limiti è fisiologica”

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Liguria. Lo sport, un elemento da maneggiare con cura, a partire dagli anni della scuola. E chi svolge il ruolo di educatore è investito di una grande responsabilità, per la quale non può bastare una preparazione improvvisata e limitata a pochi rudimenti tecnici. È questo il messaggio lanciato dall’Ordine degli Psicologi della Liguria all’indomani degli ennesimi episodi di violenza ultrà, che questa volta hanno macchiato il derby di Torino con scontri prima e durante il match.

Per Enrico Piemontese, docente al liceo classico Colombo e psicanalista, coordinatore del gruppo di lavoro di Psicologia dello Sport istituito dall’Ordine, “la violenza nello sport viene da lontano e, per comprenderla, non possiamo liquidarla a episodi di delinquenza ordinaria”.

“Questo vale anche per la violenza ultrà – prosegue Piemontese –. Da professore di scuola superiore mi sono spesso confrontato con ragazzi che già frequentano con assiduità la gradinata, anche nelle sue frange più estreme. E ascoltando le loro testimonianze, quello che emerge è un mondo che si regge su rituali ben definiti, nel quale lo scontro fisico non è fine a sé stesso, ma testimonia di un bisogno di contatto che, per certi versi, è fisiologico nell’uomo”.

Un mondo nel quale anche le parole sono importanti. “Interpellati sulle ragioni di questo bisogno di violenza, i ragazzi spesso rispondono dicendo che le loro, testualmente, non sono “botte”, bensì “carezze”, e arrivano a paragonare lo scontro fisico a quando ‘si poga in discoteca’. Un impasto di passione, amore, odio e violenza, in cui l’unica regola è quella di affrontarsi a mani nude o comunque senza coltelli, lame né armi da fuoco. Chi viola questa regola è ‘un infame’, e la polizia – il grande nemico – in un certo senso rappresenta però la salvezza, cioè l’elemento terzo che interviene a sedare una battaglia le cui stesse regole impongono abbia fine solo con l’arrivo delle forze dell’ordine”.