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Riccardo Lorenzelli e gli altri, storie di vite sospese: in Liguria 715 persone sono scomparse nel nulla

Negli obitori liguri 26 cadaveri senza nome. L'associazione Penelope Scomparsi: "Serve una legge sul dna"

Genova. Riccardo Lorenzelli sette anni fa è uscito dalla sua abitazione di via Bozzano nel quartiere di San Fruttuoso. Ha fatto la spesa e poi come ogni mattina si sarebbe dovuto recare in piazza Martinez dove ha sede una società cattolica di mutuo soccorso. Ma non c’è mai arrivato.

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Aveva 90 anni allora, ma di salute stava bene: “Era in perfetta forma, abitudinario e cauto – racconta il figlio Enzo Lorenzelli presidente dell’associazione Penelope Scomparsi Liguria – ogni giorno leggeva due quotidiani, faceva i suoi giri e poi la sera a cena ci raccontava. Ad accorgersi per primo della sua scomparsa è stato il parroco che nel pomeriggio aveva suonato invano alla sua porta per la benedizione pasquale. E’ venuto da me per avvertirmi, ma subito non ci siamo nemmeno preoccupati”. Da allora dell’uomo e del suo corpo nessuna traccia.

Nello stesso quartiere a poche decine di metri e a pochi mesi di distanza anche Gianluigi Serafini scompare nel nulla. Sarebbe dovuto andare alla filiale della Banca Carige di via Torti, per ritirare dei documenti per conto del suocero. Ma in banca non è mai arrivato. Dal 1974 a oggi sono 715 le persone in Liguria di cui si è persa ogni traccia, quasi 400 a Genova. Il dato italiano, se possibile fa ancora più effetto: quasi 30 mila persone in Italia sono state inghiottite dal buco nero dell’oblio lasciando le famiglie in un limbo di angoscia e speranza.

“Ovviamente nel caso di mio padre quello che stiamo ancora cercando è il corpo – spiega Lorenzelli – ma le speranze sono vane visto che in Italia non esiste una legge che consenta un prelievo di dna per i corpi ritrovati magari a distanza di anni e apparentemente non vittima di violenza e una comparazione con quello degli scomparsi”. In Liguria così negli obitori e negli istituti di medicina legale ci sono attualmente 26 cadaveri senza nome e che probabilmente non ne avranno mai uno. “Quei corpi sono i nostri scomparsi” dice Lorenzelli.

A Milano qualche passo avanti è stato fatto con l’istituzione del laboratorio Labanof, laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense) dell’Università degli Studi di Milano che si occupa fra le altre cose del recupero e dello studio di resti umani. “Il laboratorio ricompone e a volte ricostruisce virtualmente i cadaveri cercando, attraverso la pubblicazione delle immagini, di dargli un nome. Auspichiamo che questo modello di laboratorio venga istituito anche in Liguria dove invece oggi, a causa delle leggi sulla privacy, non ci dicono nulla dei corpi che custodiscono per anni”.

“La scomparsa di un persona cara è un vuoto, una vita sospesa – racconta Lorenzelli – c’è una prima fase di grande confusione quando ancora i famigliari non si capacitano di una scomparsa, e magari sono circondati dall’attenzione delle autorità e dei media. Poi c’è una fase di solitudine, quando nessuno ne parla più e magari i fascicoli che vengono aperti in Procura vengono archiviati. Lì poi subentra da parte dei parenti il senso di colpa e l’angoscia per quello che forse si sarebbe potuto fare, anche se spesso non si poteva fare nulla”. Per questo l’associazione Penelope Scomparsi offre ai familiari un supporto legale e psicologico. “In Liguria, cosa che non accade dappertutto – abbiamo firmato nelle quattro prefetture i piani di intervento per le persone scomparse, in modo da partecipare ai tavoli permanenti e offrire il nostro aiuto, soprattutto alle famiglie”.

L’associazione in questo periodo è particolarmente attiva in provincia di Savona, dove i famigliari di Frigentina Del Rosario e Marisa Comessatti sono soci della onlus. Frigentina Del Rosario Picariello, 52 anni, il 2 febbraio di un anno fa è scomparsa nel nulla dalla sua casa di Vendone. Il giorno dopo nel bosco sono stati ritrovati in un bosco a poche centinaia di metri dall’abitazione i vestiti leggermente bruciacchiati. “La figlia Tania – racconta Lorenzelli – ha combattuto molto con le istituzioni perché scoprissero cosa era successo alla mamma. Ha presentato una denuncia per omicidio e ora sta chiedendo che venga utilizzato il georadar perché teme che il cadavere della madre possa trovarsi nel bosco”. Marisa Comessatti è scomparsa da Laigueglia 20 giorni dopo, il 21 febbraio. Avrebbe dovuto andare a stirare a casa di una delle figlie, ma non è mai arrivata: “Ora in qualche trasmissione televisiva nazionale di parla di messe nere, la famiglia non ne sapeva nulla. Ora vedremo se le indagini confermeranno o meno quest’ipotesi. I media sono molto importanti per far circolare le informazioni sulle persone scomparse, ma spesso soprattutto a livello televisivo si supera il limite e si mettano queste povere famiglie in una sorta di tritacarne mediatico. Credo di vorrebbe un maggior rispetto per le famiglie e un trattamento diverso”.

Chi l’ha visto, la trasmissione più nota in tema di scomparsi la scorsa settimana, attraverso le parole del presidente dell’associazione Penelope (da cui la ligure Penelope Scomparsi, si è staccata nel 2011), ha diffuso il messaggio secondo cui in Liguria non ci sarebbe alcuna associazione che supporta le famiglie degli scomparsi: “Un messaggio sbagliato e pericoloso, soprattutto nei confronti delle famiglie che ci cercano e hanno bisogno di aiuto. Noi ci siamo, con le nostre attività, il nostro sito e la nostra pagina Facebook. E insieme ad altre 8 Regioni stiamo per dare vita a un sito nazionale”.