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“Album dei ricordi blucerchiati” : l’ala perfetta, Bruno Mora

Dalla Samp alla Juventus

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Genova.  Primi di novembre del 1960… appena terminata la sigla del giornale radio della sera, l’annunciatrice sportiva informa del passaggio, nella sessione autunnale del calciomercato, di Bruno Mora dalla Sampdoria alla Juventus, in cambio di Severino Lojodice e notevole conguaglio a favore.

Chi ci racconta chi era quel numero “7”, cresciuto in maglia blucerchiata, ci confessa – a quasi 55 anni di distanza – d’aver infilato la testa sotto la coperta e pianto di nascosto… finiva un sogno, che ancora doveva nascere e che vedrà la luce solo trent’anni dopo : lo scudetto !

”Alea iacta est”… se ne andava un campione cresciuto nel vivaio, che – come tante altre volte – solo pochi giorni prima era stato decisivo per il punto conquistato a Ferrara, contro la Spal (2-2, l’altra rete di Sergio Brighenti, che in tutto ne farà 27).

Che delusione, anche senza di lui (che con i suoi 10 goal aiuterà la stellare Juventus di Boniperti, Charles e Sivori a vincere lo scudetto), la Samp arriverà quarta, subito a ridosso del Milan del “golden boy” Rivera e dell’Inter del “Mago” Herrera e di Luisito Suarez, fresco “Pallone d’oro”.

Un sogno infranto, davvero… solo la cessione di Luca Vialli, nel post Wembley, assumerà lo stesso significato della fine di un’era… nel ’60 la gestione Ravano volgeva al termine…

Un fuoriclasse fatto in casa, si diceva prima… esordisce ventenne – lanciato da William Dodgin, in un derby dell’ottobre del ’57, in cui ha la meglio il Genoa di Julio Abbadie, nonostante il blucerchiato lo vestano giocatori come Ernst Ocwirk e Eddie Firmani (suo il goal dell’1-3), oltre al coetaneo varazzino Giuseppe Recagno, insieme al quale e al terzo classe ’37 Giovanni Bolzoni, andrà a togliersi la soddisfazione di conquistare il prestigioso Torneo di Viareggio, durante il Carnevale successivo.

Ma, già prima, Mora ha lasciato il segno in Serie A : nella seconda partita, ad Udine, mette il suo nome nel tabellino marcatori del 3-3 finale e a fine stagione di presenze ne avrà conseguite sedici, diventando titolare l’anno dopo.

Era la Samp dei “vecchietti”… Bergamaschi, Bernasconi, Vicini, Cucchiaroni, cui si aggiungerà poi il funambolico Nacka Skoglund, che garantiva, con Bruno Mora, “genio e sregolatezza”, numeri di alta scuola, ma anche la concretezza dei goal, cui magari provvedeva per lo più il “Tito” degli Ultras e per quelle cinque prime partite del ‘60/61, soprattutto Sergio Brighenti, il Jean Gabin blucerchiato, come lo definisce Piero Sessarego nel suo bellissimo “Sampdoria ieri, oggi e domani”.

Il ragazzo cresciuto in casa, se ne va… una storia che vedremo altre volte negli anni a seguire, quelli dell’oscurantismo, peraltro ugualmente cari ai tifosi, che sanno apprezzare anche chi esce dal campo con la maglia sudata, seppur con piedi “quadrati”.

La cicuta amara, i supporter doriani la devono bere il 26 novembre del ’61… la Juve scende a Marassi e vince 3-2, con una tripletta di Bruno Mora… neanche Luca Vialli ha osato tanto !

La maglia azzurra della Nazionale l’aveva già indossata (due volte) ai tempi della Samp, ma – ora che veste il bianconero – la numero “7” è ancor più sua… tanto che, ai fallimentari (per la squadra) Mondiali in Cile del ’62, viene votato dai giornalisti internazionali come la terza miglior ala destra del torneo, dietro al mostro sacro Garrincha e al sovietico Metrelevi.

Difficile a questo punto capire i motivi che spingono i dirigenti torinesi allo scambio con Sandro Salvadore, indubbiamente uno dei migliori “liberi” italiani dell’epoca (anch’egli terzo nella precitata classifica, dietro il brasiliano Mauro e al cecoslovacco Populliar)… valutazioni tattiche presumibilmente…

Gipo Viani, direttore tecnico dei rossoneri, usò una metafora per spiegarlo : ”Avevamo due paia di pantaloni, Salvadore e Maldini (ndr, Cesare), ne abbiamo dato via uno in cambio di una giacca, Mora. Adesso disponiamo di un vestito completo”… evidentemente anche in casa bianconera avevano la stessa esigenza.

Questo scambio, comunque, consentirà a Bruno Mora di diventare Campione d’Europa a Wembley, nel maggio del ’63, quando una doppietta di Josè Altafini ribaltò il risultato aperto dalla “Pantera nera” Eusebio, ma forse (chissà, il destino a volte non si fa influenzare da cambi di direzione) non si sarebbe trovato nell’area di rigore del Bologna, quando la sfortuna gli si è accanita contro, in un terribile impatto con il portiere avversario, che gli costò la frattura scomposta di tibia e perone, oltre a condizionarne pesantemente la seconda parte della carriera.

Siamo, oltretutto, alla vigilia dei Mondiali inglesi del ’66 e quel grave infortunio lo taglia fuori dai giochi, proprio mentre si trova al top della forma, rendendo ancor più difficile il recupero dal lato psicologico… che dire ? Senza quel duro colpo, forse, Edmondo Fabbri non avrebbe subito l’affronto coreano…