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Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni sono stati assolti: liberi dopo 4 anni foto

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Liguria. L’incubo è finito, a 4 anni di distanza dalla sentenza di condanna in primo grado, confermata poi in appello, oggi per Tomaso Bruno e Elisabetta Boncompagni è arrivata l’assoluzione da parte della corte suprema e sono già stati scarcerati dopo oltre 1800 giorni di prigione a Varanasi. A dare la notizia ai genitori di Tomaso è stato l’ambasciatore Italiano in India, Daniele Mancini, “Sono stati assolti dall’accusa di aver ucciso il loro compagno di viaggio Francesco Montis”.

“Per noi è una gioia immensa – queste le prime parole di Marina Maurizio – Sapevamo che i nostri ragazzi non avevano colpe. Ora è giusto che tornino a casa”. Ma quando li rivedremo in Italia? “L’ambasciatore Mancini che ha seguito la vicenda e che ringrazio immensamente li porterà da Varanasi e Delhi. Quindi farà loro i documenti. Li imbarcherà su un aereo e torneranno a casa presto, forse già entro il fine settimana“, conclude Maurizio.

Per capire quanto sia stato difficile arrivare alla sentenza odierna basta pensare che il ricorso alla corte suprema era stato giudicato ammissibile il 4 febbraio 2013 e la prima udienza fissata per il settembre 2013. A partire da quella data arrivò una serie incredibile di rinvii, per le cause più disparate, sino all’accelerazione delle ultime settimane.

La sezione n.12 della Corte suprema, presieduta da Anil R. Dave, ha dichiarato quindi che “la sentenza dell’Alta corte è messa da parte” ed ha stabilito che gli autori dell’appello “siano subito rimessi in libertà”. L’ambasciatore d’Italia Daniele Mancini, presente in aula, ha espresso “grande soddisfazione per il risultato ottenuto”.

La storia del processo, seguita giorno per giorno da IVG: E’ il 7 febbraio del 2010 quando le porte del carcere di Varanasi si chiudono dietro le spalle di Tomaso ed Elisabetta. Tre giorni prima, il loro amico e compagno di viaggio Francesco Montis era stato trovato agonizzante nella camera dell’hotel “Buddha” che i tre condividevano nella periferia della città che si trova a 700 chilometri dalla capitale Nuova Delhi, per poi morire dopo una disperata corsa in ospedale.

Le indagini da parte del vicecommissario Sageer Ahmad scattano immediatamente e, a seguito di un’autopsia giudicata da molti frettolosa ma che, secondo l’accusa, avrebbe rivelato segni di colluttazione, i due ragazzi, lui albenganese e lei torinese, vengono arrestati con l’accusa di omicidio. Tra i tre, dicono gli inquirenti, c’era un torbido triangolo amoroso che Francesco, ad un certo punto, non avrebbe più sostenuto: di qui il presunto assassinio e il movente passionale. A nulla è servita la dichiarazione dei genitori della vittima che hanno sempre sostenuto che il loro figlio soffrisse di gravi crisi respiratorie e che non era stato ucciso: Tomaso ed Elisabetta finiscono dietro le sbarre.

E così è stato per i quasi 60 mesi, in cui hanno dovuto fare i conti un’accusa terribile, un regime carcerario duro e tre processi a singhiozzo con continue udienze rimandate per i motivi più svariati: sciopero degli avvocati, lutti, feste religiose e testimoni che non si presentavano in aula. Continui i viaggi dei genitori di Tomaso per cercare di assistere a dibattimenti incomprensibili – visto che si tenevano in lingua indi – e per portare conforto ai due giovani. Adesso tutto è finito.