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Ciclismo: “Cinque domande” ad Alessio Bartali, portacolori del team Superba Genova

Genova. Quando si intervista un ciclista, è ovvio che il pensiero corra automaticamente ai grandi campioni del passato e che affiori alla mente qualche loro considerazione … Marco Pantani, ad esempio, asserì che il ciclismo non è uno sport qualunque, dato che chi lo pratica non perde mai.

Vince chi si migliora scalando una vetta in minor tempo rispetto all’anno precedente … vince chi alza le braccia al cielo bruciando allo sprint il gruppo compatto, chi domina la cronometro, ma anche chi si aggiudica un traguardo volante a metà gara, oppure un Gran Premio della Montagna. E se andiamo indietro, nei mitici anni del dopoguerra, vinceva anche chi arrivava ultimo… memorabili i trucchi escogitati dal tortonese Luigi Malabrocca (amico e conterraneo del grande Fausto Coppi) per riuscire ad aggiudicarsi la “maglia nera”, assegnata, con un cospicuo premio, all’ultimo classificato del Giro d’Italia.

La pensa come ii “Pirata” Pantani, anche Alessio Bartali, ciclista dilettante genovese, che – analogamente al campione di Cesenatico – ama in maniera viscerale le strade che s’inerpicano verso il cielo: “Bici e fatica corrono in simbiosi e pedalare su due ruote sul percorso della vita rappresenta anche la ricerca del proprio io”.

Come è nata questa passione?

“La bicicletta è entrata nella mia vita sin da quando ero piccolo. In casa siamo sempre stati grandi appassionati di ciclismo (ndr, e come avrebbero potuto non esserlo, con cotanto cognome?) e mio nonno impazziva per le imprese Gino Bartali, tanto che battezzò mio padre col nome del grande campione toscano. D’estate rinunciavo alla spiaggia, per restare incollato al televisore, affascinato da immagini e voce del ‘numero uno’ dei telecronisti italiani, Adriano De Zan, che ci portava ai bordi delle strade percorse dai ‘girini’ di Giro e Tour de France. E subito dopo l’arrivo, eccomi in sella, a scorrazzare per le colline, immaginandomi anch’io in gruppo, finché, a 12 anni, l’iscrizione alle prime gare vere… prima il Passo dei Giovi e pochi giorni dopo la famosa Bocchetta … quanta fatica per riuscire ad arrivare in cima! Ma, arrivato al traguardo, ho capito che quello era il mio sport e il fatto che i miei genitori mi regalassero in concomitanza una “Pinarello” gialla canarino, fece da avallo alla scelta”.

Come sviluppi la tua annata agonistica e con che squadra?

“Vesto i colori della Superba Genova da cinque anni, un team devoto all’agonismo, guidato dal presidente Riccardo Drago. Nella stagione 2014, piena di soddisfazioni, la mia gara migliore è stata la ‘Granfondo dell’Oltrepo Pavese’, svoltasi in condizioni climatiche difficili e su un lungo e duro percorso. Aver superato il traguardo, dopo 5h 30m, mi ha gratificato come una vittoria. Un altro bel ricordo è rappresentato dalla corsa serale di Arenzano, dove ho gareggiato come in uno stadio casalingo, con un tifo incessante che mi spingeva a dare il 110%. Bell’esperienza anche alla “Granfondo dell’Alta Langa”, che ho terminato nel secondo gruppo di testa”.

E’ tanto l’entusiasmo con cui Alessio racconta delle sue “corse”, da ricordare i pensieri di un grande velocista, il toscano Mario Cipollini: “La bicicletta ha un’anima, se si riesce ad amarla, vi darà emozioni che non dimenticherete mai”.

E come riesci a far convivere allenamenti e lavoro?

“E’ invero difficile allenarsi con continuità, lavorando e cercando di non togliere troppo tempo alla famiglia. Occorre trovare un buon equilibrio tra il tutto ed ottimizzare i tempi. Ad esempio parto spesso direttamente dal lavoro. Altrimenti c’è l’opzione dei rulli in casa, che permettono di mantenere una buona condizione, anche quando fuori è già buio o le condizioni meteo sono inclementi”.

Quanto ti ha deluso “Le roi americain”, Lance Armstrong?

“A dir la verità, il texano non mi è mai piaciuto, neppure prima che venissero fuori i noti fatti e il relativo annullamento delle sue vittorie. Questo perché correva (dando “zero spettacolo”) solo un mese all’anno, mentre passava gli altri undici a preparare la rassegna francese. Credo, tuttavia, che non abbia fatto niente di diverso da molti altri. Basta leggere i nomi di quanti sono stati coinvolti in scandali doping, per constatarlo. E temo che di vicende simili, purtroppo non smascherate, ce ne siano state una marea”.

Hai vissuto dal vivo le gesta del Tour de France sui ventun tornanti dello stadio a cielo aperto dell’Alpe d’Huez, cosa ti è rimasto dentro della “Grande Boucle”?

“Il Tour de France è la più grande corsa al mondo, se non forse il maggior evento sportivo mondiale. Hai l’impressione di assistere alla finale del campionato del mondo, una grandissima emozione ti scorre dentro, quando ti senti parte di quello spettacolo, anche se solo nel breve tempo di passaggio dei corridori. Ricordo la fatica a salire, non per la pendenza, ma per la folla immensa: un lungo fiume di colori, bandiere, cori da stadio e allegria e poi l’attesa dei corridori e la folla che, passo dopo passo, si stringeva, permettendo il passaggio solo ad una singola bicicletta, tutti in fila indiana”.

Parliamo di ciclismo ed allora come non chiudere con le parole, ricche di grande umanità, che Gino Bartali, dedicò al rivale di sempre, il “campionissimo” Fausto Coppi (uniti nell’immaginario collettivo da una foto che li immortala mentre si passano una borraccia d’acqua): “Fausto, io e te ci si voleva bene. Gli altri ci hanno imposto per anni la parte del cane e del gatto. Te ne sei andato nella tua ultima fuga. Ora capisco quanto ti volevo bene. Ti sei portato via una parte di me, venti anni di battaglie e quanto altro. Mi sento più vecchio. Pace a te, Fausto: che nessuno ha mai chiamato vecchio”.

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