Genova24 - Genova: notizie in tempo reale. Cronaca, Sampdoria, Genoa, Politica, Economia, Sport ...

Uscì vivo dalla prigione tedesca di Portofino, oggi vuole rivedere Montallegro da quella finestra: appello al sindaco

Portofino. Nel 1944 fu portato nella torre di una villa di Portofino dai tedeschi, in attesa di essere fucilato, e oggi vorrebbe rivedere ancora una volta quel luogo, ma ormai fa parte di una villa privata. Per questo il signor Giovanni, nato nel 1924 di Rapallo, tramite il Circolo della Pulce ha scritto una lettera al sindaco di Portofino.

Il signor Giovanni racconta di quando i tedeschi, il 28 luglio 1944, lo prelevarono dalla sua casa di Montallegro, nei pressi del Santuario, e lo portarono insieme ad altre sei persone in una stanza di una torre a Portofino in attesa di essere fucilati il giorno dopo. “Ci avvisarono che i tedeschi avrebbero perquisito la zona, da lì a poco arrivò un sergente della divisione Monterosa insieme alle SS e iniziarono a perquisire le case; anche la mia stanza fu messa a soqquadro, non trovarono nulla, finchè un signore in abito chiaro entrò qualche minuto, per poi urlare di perquisire nuovamente e bene. Sotto il materasso spuntarono una pistola e due bombe, non erano mie, ma a nulla valse ripeterlo, venni arrestato e fatto scendere a piedi sino a Rapallo e caricato su un camioncino”, racconta.

“Eravamo in 7, tra cui Nespolo, il nonno di Renato Barcucci, Gigetto, che piangeva perché aveva una bimba di 6 mesi e Giovanni Maggio che sarebbe poi diventato il primo sindaco della Rapallo liberata. Maggio cercò di tranquillizzarci dicendoci ‘se ci portano a Chiavari non c’è più nulla da fare, ma se ci portano a Portofino una piccola speranza c’è’. Restai col fiato sospeso fino al bivio e quando vidi che la direzione era Portofino incominciai a pregare e sperare”, momenti di grande paura e apprensione, che proseguirono poi nella torre di Portofino.

“Mi rinchiusero nella stanza all’ultimo piano di quella torre, con un’unica piccola finestra quadrata dalla quale, come dentro ad una crudele cornice, si vedeva, dritto dritto, il Santuario di Montallegro. Pregai e pregai quella Madonna ai cui piedi ero cresciuto”, continua la lettera. Il giorno dopo il ‘miracolo’, o forse l’interessamento di un politico della zona: i sette furono liberati. “Lo so che quella mia prigione oggi è una villa privata – conclude Giovanni – ma il mio sogno è tornare in quella torre, in quella stanza a guardare Montallegro, anche solo per un istante, per dire alla Madonna: ‘grazie'”. Di qui la richiesta al sindaco Giorgio D’Alia.