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Pallanuoto, da Haifa a Bogliasco: il Qiryat Tivon in common training con la Rari Nantes

Bogliasco. Tre anni in fa in Grecia, lo scorso in Ungheria, questo in Italia e più precisamente a Bogliasco. Per il Qiryat Tivon, il più importante club israeliano, è la tournée nelle Università della pallanuoto, un modo per conoscere e crescere.

Arrivano da una città del distretto di Haifa. Alla Rari Nantes Bogliasco sono in trenta, maschi e femmine, dagli Under 13 agli Under 17. Accolti da Marco Sbolgi e Mario Sinatra ogni giorno, fino a lunedì prossimo, in un common training continuo.

Ad accompagnare la delegazione due tecnici, Lior Klein e Idan Kaftori, quest’ultimo giocò alla Vassallo contro la Rari Nantes Bogliasco, in Coppa Len, nel settembre 2011. Ma a raccontare Israele è Lior Klein responsabile del settore maschile.

Coach qual è la realtà della pallanuoto in Israele? “Ovviamente non è come in Italia. Non abbiamo molte squadre, in tutto dodici club, ma abbiamo buoni giocatori. Il problema più gravoso per noi sono gli impianti, solo vasche da 25 metri e affollate, è molto difficile allenare in queste condizioni”.

Il vostro obiettivo è crescere. “Certo, andiamo in giro per questo. Specialmente il nostro club, nella categoria giovanile siamo i migliori a livello nazionale, per incrementare il loro sviluppo almeno una volta all’anno andiamo all’estero, ad imparare, a divertirci”.

Cosa avete trovato a Bogliasco? “Il paese è bello, accogliente, la gente amichevole, e comunque c’è sempre qualcuno che entra o esce dalla piscina, una bella realtà”.

Qui non solo per giocare contro la Rari Nantes Bogliasco. “Incontriamo anche Recco, Rapallo, più giochiamo e meglio è”.

Perché non ci sono israeliani negli altri campionati, ad esempio in Italia? “Loro vorrebbero e alcuni potrebbero, ma quando compiono 18 anni devono fare il servizio militare, sono tre anni, nel periodo più importante, nell’età più delicata, perdiamo troppo tempo. Alcuni di loro tornano con determinazione, ma il gap che si crea con i loro pari età, a livello internazionale è troppo ampio. Arruolarsi è un impegno troppo più importante”.

E poi un po’ di pregiudizio tecnico? “Sì assolutamente. Tra un giocatore israeliano ed uno serbo, un allenatore sceglie il secondo”.

Parliamo di pallanuoto, mister, ma anche della guerra tra Israele e Palestina. Ha colpito nel nostro mondo, tra le altre, la notizia della morte di Bar Rahav, nazionale israeliano, nei bombardamenti sulla Striscia. Ci potrà mai essere la pace? “Noi tutti la vogliamo, noi tutti stiamo vivendo l’incubo della guerra. A pochi metri da casa mia esplosioni, sirene, allarmi, non si dorme la notte. Tutti vogliono la pace e tutti la stanno aspettando ma non è facile. Il problema è il dialogo. Se parli con paesi come Giordania, Siria, Egitto hai un unico referente, se parli con Israele e Palestina c’è chi dice una cosa, chi un’altra, e il giorno dopo è di nuovo tutto diverso. Vogliamo questa pace ma è difficile, ci vogliono le persone giuste”.

Lo sport può servire? “Lo dico sempre ai miei giocatori: la pallanuoto è il rispetto per tutti gli altri. Avversari, allenatori, arbitri, giuria, impariamo a vivere così anche fuori dall’acqua”.