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Costo della vita, rifiuti e acqua: Genova tra le città più care del Nord foto

Genova. Genova tra le città più care del Nord, per quanto riguarda il costo della vita e quello dei servizi pubblici locali, vedi alla voce tariffe rifiuti e acqua. E’ quanto è emerso dalla quarta seduta dell’Osservatorio Regionale Prezzi e dell’Osservatorio Regionale Tariffe realizzati da REF Ricerche per conto di Unioncamere Liguria sull’andamento dell’inflazione sul territorio regionale.

Prendendo in esame una spesa di circa 80 voci che sui bilanci delle famiglie incidono per oltre 500 euro al mese (generi alimentari, prodotti per la cura della casa e l’igiene personale, carburanti, servizi per la persona, l’alloggio e la ristorazione) e mettendo a confronto il capoluogo con le principali città dell’Italia settentrionale, Genova risulta la seconda città più cara dopo Venezia, davanti a Milano e Bologna (+2.4% rispetto alla media).

L’aggravio di spesa per un consumatore ligure è di oltre 12 euro al mese, circa 150 in un anno: una zavorra importante che incide negativamente sul potere d’acquisto delle famiglie.

La città della Lanterna registra un’inflazione pari allo 0.9% (scesa allo 0.4% a settembre 2014). Contribuiscono in misura determinante al rientro dell’inflazione un ciclo dei consumi ancora in forte sofferenza, nonostante le misure introdotte a sostegno del reddito disponibile (bonus fiscale degli 80 euro), ed il ripiegamento delle componenti più volatili della spesa per consumi delle famiglie: frutta e verdura (-8% in confronto ad un anno fa), ma anche carburanti e tariffe energetiche (-1.5%) stanno in questa fase spingendo verso il basso la dinamica dei prezzi al consumo.
Le uniche sollecitazioni provengono dal comparto dei servizi, che rispetto ai primi tre mesi dell’anno rincarano per effetto di una forte componente stagionale legate all’avvio della stagione estiva, e dalle tariffe locali, acqua potabile e rifiuti solidi in primis.

Ma non c’è solo il carrello impoverito a impensierire le famiglie liguri. Dal monitoraggio effettuato su 46 comuni con popolazione superiore a 5 mila abitanti (il campione è rappresentativo di circa 1,2 milioni di cittadini) sulle tariffe dei rifiuti solidi urbani, è emerso che, se per una famiglia media di tre componenti il valore massimo è quasi 3 volte quello minimo, il fenomeno di dispersione si registra in misura ancora più accentuata sulle PMI: nel caso di un’industria di trasformazione alimentare, ad esempio, in alcuni Comuni si arriva a pagare 9 volte di più per il servizio di igiene urbana.

In generale il posizionamento è sfavorevole rispetto agli altri capoluoghi italiani: nella graduatoria nazionale Genova, ma anche Savona, Imperia e La Spezia tendono a collocarsi oltre la media, confermandosi tra le città più care per il costo dei servizi pubblici locali.

Spesa più elevata alla quale, tuttavia, non corrisponde una adeguata qualità del servizio: la valutazione sui capoluoghi liguri è complessivamente negativa e solo Genova raggiunge la sufficienza.

L’introduzione nel 2014 della Tari ha determinato una redistribuzione del carico sulle diverse utenze, in virtù del principio comunitario “chi inquina paga”: l’impatto è stato più rilevante per le famiglie numerose e per quelle tipologie di attività, come il ristorante, alle quali è associata una producibilità presunta di rifiuto più elevata, mentre ne hanno beneficiato i nuclei monocomponenti ed altre categorie di attività economica, dal parrucchiere all’albergo. Forti rincari, infine, nei Comuni che nel 2013 ancora applicavano la Tarsu, la vecchia tassa rifiuti che non prevedeva l’obbligo di copertura integrale dei costi.

Prendendo a riferimento il biennio 2012-2014, dall’introduzione della Tares all’adozione della Tari, per le utenze domestiche si osservano adeguamenti al rialzo medi nell’ordine del 17% e del 40% rispettivamente per i nuclei familiari di 3 e 5 componenti, mentre tra le utenze non domestiche gli aumenti arrivano a superare il 60% per il ristorante (con picchi del 300%). Spesa in flessione, al contrario, per i single (-5%), alberghi (-7%), parrucchieri (-1%) e industrie alimentari (-15%).

La variabilità della spesa caratterizza anche il servizio idrico (a seconda della localizzazione e a parità di altre condizioni, un albergo può pagare fino a 5 volte di più, un ristorante fino a 4, un parrucchiere fino a 3). La Regione è spaccata in due: in Provincia di Genova e della Spezia la tariffa viene definita dall’Autorità di Ambito territoriale, secondo quanto stabilito dal regolatore nazionale (l’AEEGSI, l’Autorità per l’Energia Elettrica il Gas ed il Servizio Idrico), mentre in Provincia di Imperia e Savona la competenza tariffaria è ancora in capo ai singoli Comuni.

Anche nel confronto italiano la distinzione tra levante e ponente rimane netta: a Savona e Imperia la spesa è tra le più basse d’Italia, mentre Genova e La Spezia, per contro, sono sostanzialmente allineate alla media Italia.
Coerentemente con quanto già rilevato per i rifiuti urbani, giungono indicazioni poco confortanti sul versante qualità: la valutazione della qualità commerciale offerta a famiglie ed imprese è soltanto sufficiente in tre Comuni capoluogo su quattro. Ad un incremento medio del 4.5% tra 2012 e 2013, si sommano gli adeguamenti approvati negli ultimi mesi: a Genova le tariffe aumenteranno del 6.5%, alla Spezia addirittura del 9%.