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Nuove norme anti-pedofili: da lunedì certificato penale obbligatorio per chi è a contatto con i minori. Aziende, asili, scuole e parrocchie nel caos

Liguria. Eccolo, il testo della norma che ha gettato nel panico asili, parrocchie, associazioni culturali, gruppi scout, scuole di danza, cooperative e in generale tutte le realtà che in qualche modo si rapportano con costanza con minorenni. Ancora oggi non lo sa quasi nessuno: ma dal 6 aprile (cioè fra tre giorni) scatta l’obbligo del “certificato antipedofilia”. E per chi non è a norma la sanzione è salatissima: dai 10 ai 15 mila euro.

“Il certificato penale – recita la norma – deve essere richiesto dal soggetto che intenda impiegare al lavoro una persona per lo svolgimento di attività professionali o attività volontarie organizzate che comportino contatti diretti e regolari con minori, al fine di verificare l’esistenza di condanne per taluno dei reati di cui agli articoli 600-bis, 600-ter, 600-quater, 600-quinquies e 609-undecies del codice penale”.

Dipendenti di aziende pagati o volontari di realtà no profit, non fa differenza: e quindi la norma coinvolge catechisti, animatori, militi delle Croci, baby sitter, allenatori, insegnanti di teatro, bidelli. L’obiettivo della legge è quello di contrastare la pedofilia, andando a monitorare quelle realtà vicine ai piccoli: l’assurdità sta nel fatto che, al momento, nessuno può ottemperare alla norma, poiché un’altra legge, quella sulla privacy, impedisce a chiunque (tranne che alla pubblica amministrazione) di richiedere la fedina penale di un altro.

La nuova legge obbliga chi organizza l’attività (il “datore di lavoro” in senso lato) a richiedere in tribunale il certificato; ma un’altra legge vieta espressamente ai datori di lavoro di richiedere queste informazioni. Insomma, da lunedì le scelte per onlus, cooperative e società sportive sono due: essere fuorilegge o chiudere. Nel tribunale di Savona, proprio oggi, si è tenuta una riunione sul tema, per cercare una luce nel tunnel del caos normativo in cui l’universo del no profit, le parrocchie e gli asili rischiano di precipitare. Le soluzioni dettate dal buonsenso sono due: chiedere ai propri collaboratori di fare domanda autonomamente e consegnarlo all’azienda o all’associazione di propria volontà, oppure ottenere la delega alla richiesta e al ritiro. In entrambi in casi, il “dipendente” in pratica si autodenuncia, accettando di rendere partecipe il “datore di lavoro” della propria fedina penale. Problema inesistente per chi è incensurato, meno per chi ha magari nel proprio passato una guida in stato di ebbrezza o episodi di violenza. Anche perché quegli episodi potrebbero non essere legati al mondo della pedofilia, e il collaboratore potrebbe rifiutarsi di esibire il certificato; e a quel punto per chi organizza l’attività non c’è soluzione, dato che la legge obbliga lui, e non il “dipendente”, a fare richiesta. E non si può nemmeno richiedere un certificato “selettivo” che indichi solo i reati legati alla pedofilia.

Caos su caos, la legge obbliga il “datore di lavoro” (sia esso professionale o amatoriale) a richiedere informazioni nel momento in cui intende impiegare una persona a contatto coi minori: ma non c’è modo di garantire che l’intenzione sia reale, ed impedire richieste “abusive” volte ad avere informazioni su qualcuno. Il decreto 39 (che ha aumentato le pene per i pedofili e inasprito le sanzioni per i maniaci che agiscono attraverso internet) nasce con l’obiettivo di recepire una direttiva europea, che invitava a concedere ai datori di lavoro il diritto di richiedere informazioni: solo in Italia questo si è trasformato in un obbligo, senza peraltro la possibilità legale di ottemperarvi. Rimanere fuorilegge, chiudere, convincere i propri collaboratori alla trasparenza o pagare la supermulta, dunque. Al momento altra alternativa non c’è. A meno di non sperare che prevalga il buonsenso, e che da lunedì non scattino controlli a tappeto che metterebbero in ginocchio mezza Italia.