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Fincantieri in borsa, no di Cgil: “Scelta sbagliata, sì a polo nazionale dell’energia e del trasporto”

Genova. No alla quotazione in borsa di Fincantieri. Sugli annunci che da diverse settimane si susseguono da parte di azienda e fonti governative, cala il netto rifiuto del segretario della Camera del Lavoro genovese, Ivano Bosco e quello della Fiom, Bruno Manganaro.

“Una scelta sbagliata – sottolineano in una nota – La crisi della cantieristica non è finita e la cassa integrazione nei vari cantieri navali, che proseguirà purtroppo anche per il 2015, ne è una dimostrazione.
Negli ultimi quattro anni, mentre perdura l’utilizzo del sistema degli appalti come metodo principe per ridurre il costo del lavoro e i diritti, in Fincantieri Italia si sono persi quasi 800 posti di lavoro. Gli investimenti nei cantieri vanno a rilento e le uniche risorse aziendali esistenti sono state investite all’estero per nuove acquisizioni – aggiungono – Oggi servirebbe un confronto serio con l’azionista ed il Governo, invece si rischia l’avventura della Borsa per fare cassa e coprire finanziariamente l’operazione di acquisizione di STX, acquisita dai coreani qualche anno fa, quotata in Borsa e che alla fine ha prodotto un debito e la crisi di alcuni cantieri europei”.

Il timore è che “la Borsa che versa i soldi nelle casse aziendali e/o di governo una sola volta”, l’anno dopo chiede utili che se non realizzati con la produzione andranno ottenuti chiudendo cantieri, trasferendo le produzioni all’estero, tagliando gli organici”, spiegano i sindacalisti.

“La Fincantieri oggi ha ancora 8 cantieri e diverse sedi in Italia proprio perché è fuori dalle quotazioni di Borsa e in questo modo ha potuto meglio gestire la crisi mondiale e dell’industria”. No alla quotazione in borsa e sì invece alla creazione “di un polo nazionale dell’energia e del trasporto (con il coinvolgimento, ad esempio, di Ansaldo Energia e Ansaldo STS)”.

“Questa potrebbe essere una prospettiva utile ai lavoratori, ma soprattutto al Paese – concludono Bosco e Manganaro – Ma per fare tutto ciò occorre una politica industriale di ampio respiro che veda nelle parti sociali un interlocutore e non un avversario, che abbia a cuore le sorti dell’industria italiana e del made in Italy come una opportunità di crescita collettiva, e non solo un’operazione per far felice il mondo della finanza”.