Quantcast

Genova, More than this o città che toglie? Oltre il “mugugno”, il nuovo logo fa discutere

Genova. C’è chi ci vede una brutta copia del logo di Genova 2004, chi vede “una metamorfosi al risparmio”, chi ritiene un errore di comunicazione le lettere poco leggibili, chi trova il tutto poco “trendy”, ma anche chi vede la contemporaneità e il senso, e chi, invece, la mette in musica: “tu vuoi fa l’americano (male)”. Sono solo alcune delle reazioni, più o meno a caldo, al nuovo logo di Genova, presentato oggi alla città.

Male o bene, l’importante è che se ne parli, dirà qualcuno a proposito del nuovo brand “pensato per farci riconoscere in tutto il mondo” (come fu per New York) e per raccontare una città “che alterna scorci di luce e di ombre, parti nascoste illuminate solo dallo sguardo sensibile di chi le vede. Perché Genova si rivela a piccoli passi, e quando lo fa è sempre di più di quanto lasci immaginare”, così come spiegato da Valeria Morando ed Anna Giudice, le autrici del nuovo luogo.

“Genova (scritta in bianco su sfondo rosso a richiamare la croce di San Giorgio), More than this (in gergo, il pay off)”: detto fatto, il popolo della rete ha dato il suo contributo, commentando sulle pagine Facebook del Comune, ma anche di proprio pugno, ciascuno sulla propria bacheca. E in tempo reale sono nate più o meno divertenti parodie (GeNonVa, GNe GNe, solo alcune). Il tipico mugugno genovese, poi, ha fatto il resto.

Insomma, per citare uno che Genova la conosce bene, “impazza la discussione sul nuovo city logo”. Ed è proprio il comico Fabrizio Casalino a dare una sferzata al dibattito: “Questo logo è geniale – scrive sul suo profilo – Perché a chi lo guarda toglie qualcosa. Genova per me è sempre stata una città che toglie. Toglie spazio, toglie pazienza, esige uno sforzo. E questo logo è frustrante come lei. Il tuo cervello avverte dolorosamente la mancanza dei caratteri, fatica come in salita. Lo guardi dieci secondi e ti senti come quando cerchi parcheggio. Che vi piaccia o meno, Genova lì dentro c’è.

Davvero non avrei saputo restituire con un logo la sensazione di una città. Questo logo ci riesce. Altro discorso è se sia opportuno essere così sinceri a livello internazionale – continua – Francamente penso di no, ma vediamo il lato positivo. Il visitatore ideale di Genova deve avere una personalità garbatamente masochista. E nessun masochista potrà resistere al nostro city logo. Arriveranno nuovi turisti, vestiti di latex”, scherza con la consueta ironia.

Unica vera pecca, secondo Casalino è il pay-off “more than this”: “si scateneranno le variazioni della rete, la mia sarà “avete prenotato?”, lanciando un contest tuttora aperto.

Il logo non verrà capito, lo dicono in molti. Barbara ad esempio: “non tanto per il more than this (si usa in realtà anche se non è il top) ma perché è poco leggibile (e perché fuori dal confine la nostra città è conosciuta come Genoa). Detto ciò, con un po’ di spirito da Ma se ghe pensu, ogni straniero che ho portato in visita a Zena si è innamorato della nostra città, nonostante la tipica accoglienza ligure”.

“A me hanno sempre insegnato che loghi e, più in generale, messaggi pubblicitari debbano essere di facile lettura. Il vero problema di questo logo è che risulta difficilmente leggibile”, rincara Claudia.

E sul pay-off Enrico Testino sottolinea un altro aspetto: “tu vò fà l’americano (male)”, come dire lontani mille miglia dal fortunato “IloveNY”. E aggiunge: “se qualcuno pensava che i genovesi fossero avari, che non amino la comodità e che sia una città che non conclude le sue opere… beh il logo della città presentato oggi ne dà conferma. Speriamo che lo ricordino: ‘Ti ricordi il logo di quella città… quello che non si vede bene'”.

“Ci manca il 2004”, ironizza Mirko, uno dei tanti che vede il remake di Genova capitale della cultura ma senza anno. E poi ancora quell’inglese che non va giù: “Chi fa il nostro mestiere sa bene che è facilissimo criticare, fare, agire invece è impegnativo – scrive Mario – L’unica osservazione che continuo a ripetere da anni è che l’uso dell’inglese in primis è una dichiarazione di impotenza, di mancanza di affermazione delle nostre unicità”.

E non sono pochi, tra il serio e il faceto, quelli che poi avrebbero preferito un pay-off in genovese. “Si dice ad ognuno il suo mestiere – commenta Carla – ma non ci vuole un esperto per capire che manca la storia della città e il mare.e poi la scritta in inglese. ma dove siamo finiti? che fine ha fatto il nostro bel zeneise?

“Magari è solo uno scherzo per vedete le reazioni…”, la butta lì Luisa. E, ancora, Stefania: “sono i tempi, non abbiamo più soldi e ci sono finiti i gessetti!”. Ma c’è anche chi apprezza (pochi per il momento): “Che spettacolo! A chi non piacerebbe..”, scrive Giuseppa.

Più informazioni