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Lettera al direttore

Circolo Nuova Ecologia Legambiente: “Che Genova viva, Viva Genova”

Genova che è in salita, verticale, città tutta scale e del vento di tramontana (dice il poeta Giorgio Caproni), dati di natura con cui oramai s’è abituati a convivere, mentre in modo sempre più evidente la mano rapace dell’uomo ha preso a “segnare” il territorio: in una sorta di ideale panoramica passiamo dai quartieri dormitorio collinari, senza marciapiedi e impianti di risalita meccanizzati, alla definitiva affermazione del mezzo di trasporto privato, con il conseguente corollario di spazi “snaturati” per soddisfare le esigenze legate al transito o alla sosta: vogliamo forse dimenticare quanto ciò costi in termine di vite umane sia direttamente (sotto forma di incidenti stradali che coinvolgono spesso gli inermi pedoni – è dei giorni sorsi un doppio investimento sulle strisce, di cui uno mortale, in Corso Sardegna da parte di motocicli nello spazio di 50 metri e a distanza temporale di due ore uno dall’altro) che indirettamente (con i continui superi di sostanze inquinanti di natura cancerogena e allergenica -che sensibilizzano sempre più persone, in particolare giovani e anziani, ma che vedono oramai anche aggiungersi persone adulte a dimostrazione della gravità del fenomeno)?

Per non parlare dei “cosiddetti” disastri naturali che colpiscono sempre più spesso e più da vicino il cuore del centro abitato. Di tutto ciò è responsabile la politica urbanistica dissennata che tanti danni ha già fatto nel Novecento, a partire dal dopoguerra in avanti, il cui epigono è oggi il famigerato Piano casa del governo Berlusconi, assunto senza colpo ferire in parti sostanziali del Piano Urbanistico Comunale (P.U.C.) in via d’adozione da ben due Giunte di Centro Sinistra, capitanate entrambe da presunti “campioni” della discontinuità amministrativa, e che ora cercano di difendere le scelte cementizie fatte, rispetto ad osservazioni poste da tecnici della Regione in base alle norme vigenti con la Valutazione Ambientale Strategica (V.A.S.); ciò pur in presenza di operazioni di cosmesi dell’ultima ora, anche per “portare a casa” quanto più gli è possibile, concedendo qualcosa in termini di mere affermazioni di principio e poco altro (se non a fronte di durissime opposizioni di Comitati spontanei sorti localmente).

Nel frattempo si assiste impotenti, con buona pace delle politiche di rilancio del mezzo pubblico, alla costruzione di parcheggi attrattori di traffico in zone centrali (vedi i park delle Stazioni di Genova Brignole e Principe o il silos in predicato di essere realizzato nei pressi di Via S.Vincenzo in Salita della Tosse), la trasformazione in parcheggio a raso dello storico Viale Caviglia (progettato dal Piacentini) che attraversa i giardini di Piazza Verdi, e che fa il paio con passate operazioni da “ingegneria idraulica” per altri Viali ugualmente significativi (vd. per es. Viale Tahon di Revel dopo il Piano Winkler che, introducendovi il traffico privato, ne ha ridimensionato i marciapiedi). E che dire ancora del destinare anche i marciapiedi della centrale Corso Torino a parcheggio, così come di altri spazi del Centro sempre più invasi da auto e moto in sosta (Piazza Paolo da Novi, la stessa Piazza Dante, Piazza Faralli….) o dell’allargamento delle zone areali da considerarsi di pertinenza per i Box costruiti e invenduti (una sorta di sanatoria applicata a questa fattispecie con tutto ciò che comporta nel drogare l’offerta di posti auto e storture conseguenti) per favorire i costruttori, che in passato avevano ottenuto le relative licenze proprio in virtù di questi vincoli che ne attestavano la pretesa necessità, o il perseverare con costruzioni di megacentri commerciali in zone da poco ferite dalle alluvioni (zona di Ponte Carrega), pregiudicando il recupero conservativo degli ultimi manufatti storici esistenti (il vecchio Ponte medievale a schiena d’asino) e cancellando anche le tracce d’identità di fondovalle attraverso la progettazione di un allargamento del piano stradale sul torrente (spacciandolo con il contorno di altre opere in intervento di messa in sicurezza!), dimostrando così di concepire questi spazi ancora naturali come “vuoti a perdere”, e se si pensa di diminuire il rischio idraulico, come per il caso del progettato scolmatore del Ferregiano e del rio Noce e Rovare, lo si fa col retropensiero di permettere nuove costruzioni nelle aree che insistono sui relativi bacini acquiferi (Mercato di Corso Sardegna e aree ferroviarie che da Terralba raggiungono Piazza Giusti).

Ma ora ci si schermisce con presunte marce indietro, quando i cosiddetti Distretti di trasformazione, ma anche la ridefinizione delle zonizzazioni, mantengono indici di fabbricabilità e possibili destinazioni d’uso, nel caso dei primi addirittura a livello di pura speculazione edilizia, prevedendosi solo un 20% di suolo “libero” garantito a fronte di un 70% permeabile (qui dopo la finanza creativa potremo apprezzarne una versione applicata all’urbanistica: significherà mega-torri come quelle che si era previsto nelle aree ferroviarie di Terralba o semplicemente giardini pensili/vasche di decantazione? Tutto, come per l’appunto con le destinazioni d’uso, diventa possibile).
Questo excursus è naturalmente solo esemplificativo delle innumerevoli incongruenze e ipocrisie che si sta nuovamente cercando di ammannire alla nostra povera e bistrattata città: Genova non si merita una simile classe politica. Genova deve vivere e liberarsi da queste servitù materiali e morali che la stanno soffocando, condannandola ad un futuro di disperazione umana e sociale: che Genova viva, Viva Genova.

Marco Fabbri – Circolo Nuova Ecologia Legambiente Genova