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Cronaca

Assistenti sociali aggrediti a Marassi: “In prima linea contro il disagio: non siamo i ‘cattivi’, servono strutture adeguate”

Genova. Momenti di paura ieri pomeriggio nel consultorio di via Bracelli a Marassi, dove tre assistenti sociali e un educatore, tutti dipendenti del Comune di Genova, sono stati aggrediti e medicati in ospedale. Quando sul posto è arrivata la polizia l’ufficio era completamente inagibile, tanti gli oggetti lanciati e distrutti da chi ha scaricato la sua rabbia contro il bersaglio più “vicino”.

Solo qualche settimana fa un’altra assistente sociale era stata aggredita per strada: le avevano lanciato addosso della candeggina. “Ma gli episodi sarebbero molti di più – dice Paola Cermelli, presidente dell’ordine degli assistenti sociali della Liguria – perché noi lavoriamo in ‘prima linea’, a stretto contatto quotidiano con problematica spesso molto pesanti. ”. E se gli operatori cercano di non pubblicizzare troppo questo tipo di episodi “per evitare fenomeni di emulazione”, la preoccupazione è tanta, anche perché l’attuale periodo di crisi economica non fa che peggiorare le cose: “E’ così per gli utenti e anche per le strutture perché spesso anche il personale è insufficiente”.

Un lavoro difficile quello dell’assistente sociale, troppo spesso stigmatizzato come “il cattivo di turno”, quello che porta via i bambini, quello che non riesce ad aiutare una famiglia a trovare una casa o a mantenerla, e i media talvolta hanno anche qualche responsabilità: “Per questo chiediamo anche il vostro aiuto per cercare di valorizzare questi professionisti che ogni giorno vivono la quotidianità del disagio e la frustrazione dell’impotenza per inadeguatezza di risorse; professionisti che, quando e se intervengono nelle vite dei cittadini, sono consapevoli che il loro intervento è indispensabile e che, al contrario, la loro inattività porterebbe danni maggiori”.

“Troppo spesso invece – dice Cermelli – gli operatori, in primo luogo Assistenti Sociali, per i loro interventi vengono accusati di tutto e del contrario di tutto, senza alcun rispetto della competenza, dell’esperienza e del lavoro congiunto con altre professionalità”.
L’Ordine professionale nel proprio codice deontologico prevede esplicitamente che nelle situazioni di rischio personale gli operatori siano diversamente ed adeguatamente collocati, ma nei nostri Servizi Sociali, in particolare dei Comuni, già pesantemente sguarniti per una crisi che prima di tutto taglia ai più deboli, ciò significherebbe di fatto, chiudere i servizi stessi penalizzando una volta di più le fasce disagiate.

Dopo l’ennesimo episodio di violenza, però, gli assistenti sociali fanno anche la richiesta esplicita di poter lavorare in condizioni di maggiore tutela: “ Occorre che vengano esaminate le condizioni strutturali che contribuiscono non poco a garantire la sicurezza del lavoro supportando gli operatori con adeguati strumenti di tutela e di sostegno per il loro benessere”. Il riferimento non è tanto alla presenza di un vigile o di una guardia direttamente in loco “che avrebbe la conseguenza negativa di allontanare gli utenti”, ma magari di dotare i luoghi di lavoro di strumentazioni che consentano di dare l’allarme in tempi rapidi.

“E’ importante – spiega – che tutti comprendano che questa è una situazione di emergenza e che è fondamentale che gli operatori possano trovare serenità per lavorare al meglio con gli utenti”.