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Attentato Adinolfi, condanna per Cospito e Gai. Il giudice: “Non due fanatici ma segmento di progetto sovversivo”

Genova. “Un evento sovversivo”, così il gup Annalisa Giacalone ha definito l’attentato del 7 maggio 2012 a Roberto Adinolfi, l’ad di Ansaldo Nucleare per la cui gambizzazione i due anarchici Alfredo Cospito e Nicola Gai sono stati condannati rispettivamente a dieci anni e 8 mesi e 9 anni e 4 mesi di reclusione.

“La circostanza che il fatto sia rimasto sostanzialmente isolato – scrive il giudice – non deve indurre a sottovalutarne la pericolosità e la potenzialità’ offensiva proprio alla luce del radicato collegamento ideale esistente tra gli aderenti al progetto Fai/Fri e la loro capacita’ di mantenere vivo il progetto della nuova anarchia di azione”.

“La condotta tenuta dai due imputati non può quindi essere liquidata come gesto esaltato di due anarchici fanatici e idealisti, bensì rappresenta un segmento attivo di attuazione di un progetto sovversivo condiviso su scala ben più ampia che non deve essere sottovalutato sia per i gravi effetti lesivi che ne sono derivati, sia per la grave potenzialità offensiva che in nuce contiene”.

“La definizione soggettiva di ‘finalità terroristica’ – spiega il gup – accorpa anche il fine propriamente eversivo” e “l’obbiettivo eversivo perseguito dagli imputati attraverso l’attentato è stato esplicitato nella rivendicazione e nei manoscritti acquisiti in udienza dive viene ribadita piena adesione al progetto di lotta politica violenta allo Stato e alle sue strutture proclamato dal Fronte anarchico informale, dalle Cellule di fuoco e da altre analoghe formazioni”.

E gli imputati, per il giudice genovese, non meritano attenuanti per la loro plateale confessione in aula: “La rivendicazione dell’attentato fatta in udienza e le dichiarazioni sui reati satellite non hanno alcuna valenza di collaborazione con l’Autorità Giudiziaria o di ripensamento e non sono frutto di una scelta finalizzata ad avere sconti di pena. In coerenza con posizioni ideologiche che rifiutano l’Autorità in generale e quella giudiziaria in particolare, come dimostrato apertamente con il comportamento tenuto in udienza, i motivi per cui gli imputati hanno deciso di dichiarare pubblicamente di essere stati loro gli autori dell’attentato all’Ing. Adinolfi trovano fondamento in ambiti che nulla hanno a che vedere con quello processuale e che non è compito di questo giudice andare a scandagliare”.

“L’unica preoccupazione processuale degli imputati – dice ancora – si è rivolta ad escludere la partecipazione di altre persone alla commissione deireati, alla luce della contestazione concorsuale con soggetti rimasti non identificati, evidenziando peraltro diverse contraddizioni logiche nella ricostruzione come già rilevato. Il riferimento chiaro è al cosiddetto “basista” genovese che avrebbe, secondo la Procura, aiutato i due per esempio nel furto dello scooter a bordo del quale è stato compiuto l’attentato, rubato nella notte tra l’11 e il 12 febbraio 2012 a Sant’Olcese. Il motorino era stato rubato a un portuale della Culmv, interrogato varie volte: ma lui il furto del motorino lo aveva denunciato subito ed è sempre risultato totalmente estraneo agli ambienti anarchici. E del basista, nonostante le indagini approfondite, Polizia e Carabinieri non hanno mai trovato tracce, anche la la Procura resta convinta che Cospito e Gai, che non conoscevano Genova non possano avere fatto tutto da soli.

Ancora, scrive il giudice, “Non è stato risparmiato alla vittima neppure lo sgradevole coinvolgimento nelle dinamiche ideologiche che animano i pensieri e le azioni degli imputati, attribuendole nei manoscritti una frase (che sarebbe stata loro indirizzata al momento del ferimento “bastardi, so chi vi manda” e che l’Ing. Adinolfi ha smentito, esclusa l’invettiva, nella memoria depositata dal difensore) con la quale hanno voluto aprire uno scenario dietrologico da offrire ai loro simpatizzanti”.