Regole e trasparenza? Silp: "L'esempio di Genova 2001 ce lo sentiamo ancora addosso" - Genova 24
Cronaca

Regole e trasparenza? Silp: “L’esempio di Genova 2001 ce lo sentiamo ancora addosso”

Roberto Traverso, segretario Silp Cgil

Genova. I lavoratori del Comparto Sicurezza svolgono un attività sociale fondamentale per garantire i valori democratici del Paese e di questo la
categoria ne è più che consapevole.

Di fronte all’incalzante richiesta di trasparenza da parte dall’opinione pubblica, per dare una risposta ad alcuni comportamenti che indubbiamente hanno infangato
l’immagine delle forze dell’ordine, non deve passare il messaggio che la nostra categoria voglia sfuggire dalle proprie responsabilità.

Siamo nel 2014 e sarebbe ridicolo far credere che chi veste una divisa per garantire la sicurezza dei cittadini porti l’anello al naso e che voglia nascondere la testa
sotto la sabbia!

La categoria su questo argomento non deve più sentirsi sola perché, questo sì, potrebbe alimentare reazioni corporative, retrograde e pericolose.

Chi ha come primo dovere istituzionale quello di far rispettare la legge e le regole è ovvio e scontato che deve essere il primo a rispettarle.

Chi sbaglia con dolo è giusto che venga messo di fronte alle proprie responsabilità, ma questo deve valere per tutti.

Parto da queste osservazioni, quasi banali, per affermare che per rafforzare gli anticorpi interni che sono necessari alla “base’ per svolgere serenamente il proprio
compito istituzionale è fondamentale che proprio quella “base” operi costantemente basandosi su esempi e direttive trasparenti, chiare e solide.

Noi che “Genova 2001” ce la sentiamo ancora addosso, come possiamo non ricordare il danno d’immagine causato da “quella” conferenza stampa che andò in
mondovisione con le false bottiglie molotov o quant’altro? Per non parlare delle conseguenze sciagurate del commissariamento politico-istituzionale subito dalla
Polizia di Stato genovese che purtroppo macchiarono indelebilmente quel maledetto “G8”

Che esempio fu dato alla categoria in quei giorni?

Chi, come me svolge il ruolo di dirigente sindacale, viene spesso sollecitato a dare risposte in merito all’introduzione di metodi tecnici per consentire l’individuazione
degli operatori delle forze dell’ordine durante il servizio.

Sono i valori confederali nei quali credo che mi consentono di rispondere senza indugi confermando che, come ho detto prima, non bisogna fermarsi a guardare il
dito davanti alla luna!

Fermo restando che uno dei valori istituzionali più solidi sui quali tutti i cittadini, operatori delle forze dell’ordine inclusi, possono contare è la Magistratura, ritengo
che per affrontare seriamente un argomento così delicato, occorra che vengano coinvolti tutti i soggetti interessati, quindi non solo chi lavora sulla strada ma anche
chi ha la responsabilità istituzionale delle forze dell’ordine e chi politicamente ha la possibilità di proporre modifiche legislative per introdurre sanzioni più efficaci nei
confronti di chi, in piazza non va per manifestare democraticamente ma per destabilizzarla.

Pensare di risolvere il problema mettendo l’etichetta agli “operatori della forze dell’ordine” è la scelta emotivamente più semplice che però non sarebbe efficace nei
confronti di quei pochi operatori che purtroppo hanno dimostrato di non saper rispettare le regole, se non cambierà la quotidianità vissuta all’interno del Comparto Sicurezza.

Dopo tanti anni di attività sindacale e di piccole, grandi battaglie posso affermare, senza timore di essere smentito, che sul territorio nazionale, nelle caserme, nelle
questure e nei commissariati, molto spesso, alcune regole che gli operatori delle forze dell’ordine devono far rispettare ai cittadini non vengono rispettate dalla nostra
Amministrazione e cosa ancor più grave, chi dovrebbe farle rispettare resta tranquillamente impunito.

Vivere ogni giorno in locali fatiscenti, sporchi, insalubri, che dovrebbero essere chiusi con provvedimenti amministrativi e penali di propria competenza e vedere invece
che chi dovrebbe essere sanzionato, anche penalmente, usufruisce beffardamente e gratuitamente di appartamenti faraonici a carico dei contribuenti, non aiuta a
rafforzare un senso di appartenenza “sano” all’Amministrazione.

Essere obbligati a lavorare su auto non sicure e non omologate per il delicato servizio del controllo del territorio, (es, Fiat modello STILO o Grande PUNTO) con
i giubbotti antiproiettile scaduti oppure senza essere sottoposti ad adeguata sorveglianza sanitaria in caso di esposizione ad agenti chimici o biologici pericolosi, non
aiuta a lavorare con serenità.

Le lavoratrici ed i lavoratori del Comparto Sicurezza non possono contare su aggiornamenti professionali adeguati per la mancanza della volontà politica d’investire
sulla formazione. Stesso ragionamento vale per la mancanza di un serio progetto di supporto psicologico a favore di una categoria che quotidianamente viene esposta
ad un rilevante stress professionale: non è una coincidenza che la percentuale di suicidi tra i lavoratori delle forze dell’ordine sia una tra le più alte in Italia se paragonata
alle altre categorie a rischio.

Il rischio lavorativo dello “stress correlato” nelle caserme italiane non viene “dolosamente” ancora valutato dai Questori o Comandanti dell’Esercito nei modi e con le
modalità che invece sono previste dal decreto legislativo 81/08 e l’aspetto più grave ed inquietante sta nel fatto che tali reiterate violazioni di legge, penalmente rilevanti,
non vengono nemmeno punite, perché all’interno delle cosiddette Aree Riservate del Comparto Sicurezza, la Magistratura ordinaria non riesce ad entrare! A tal proposito
ricordo che chi ha competenze sanzionatorie nei confronti dei “vertici” della Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria (ma anche Esercito ect.. )
sono i medici appartenenti agli stessi corpi di appartenenza dai quali dipendono funzionalmente e gerarchicamente.. Direi che ogni commento sia superfluo…o no?..

Si tratta di circostanze di certo non coerenti allo slogan “Noi tra la gente” che il Dipartimento della Pubblica Sicurezza si spende da anni in occasione della Festa della Polizia,
un Dipartimento che spesso, invece si trova in posizioni imbarazzanti dovute a non chiari coinvolgimenti giudiziari che di certo non aiutano a lavorare in serenità.

Malgrado tutto questo la categoria è riuscita a crescere, moralmente e culturalmente, grazie anche al sostegno di chi come me, crede nel valore del sindacato confederale e
di certo la nostra categoria non vuole sottrarsi a nessun argomento, sempre che, come dicevo, chi la dirige la finisca di continuare a piangere anacronistiche “lacrime di coccodrillo”..

Senza dubbio c’è ancora molto da fare… e senza il supporto concreto del mondo politico, che continua a dimostrare superficialità sulle politiche per la sicurezza, sarà difficile
che si potranno inserire regole equilibrate in grado di tutelare l’immagine e la professionalità delle forze dell’ordine e tale situazione di stallo esporrà il Comparto Sicurezza al rischio
di strumentalizzazioni e conseguenti pericolose derive corporative.

Per questo il nostro sindacato dovrà essere sempre in prima linea per cercare di scardinare meccanismi ossidati da anni e anni d’ingiustificato immobilismo, cercando di evitare
che le conseguenze di tale scelleratezza politico-istituzionale, ricadano esclusivamente sull’anello più debole della catena ovvero la stragrande maggioranza di lavoratrici e lavoratori
che rappresentano la parte sana del Comparto Sicurezza.

Il Segretario Generale Provinciale

(Resp. Area Nazionale)

Roberto Traverso

Più informazioni