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Antonio Fameli, terzo volume della sua biografia: “Non posso essere mafioso”. Abbondanza: “Parlano gli atti giudiziari” foto

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Loano. ”Ho subito almeno 20 estorsioni. Ogni volta che andavo in Calabria volevano sequestrare un membro della mia famiglia, e dovevano assegnarmi due poliziotti si scorta. Ho fatto arrestare molti malviventi, tra cui alcuni del clan Piromalli. Come faccio ad essere un mafioso?”.

fameli

E’ un fiume in piena Antonio Fameli, l’imprenditore di origini calabresi salito alla ribalta nel ponente savonese negli anni ’70, costruendo dal nulla un vero e proprio impero economico, e poi finito nell’occhio del ciclone con l’accusa di appartenere ora alla massoneria, ora alla mafia. Fu condannato all’ergastolo nel 1986 per associazione mafiosa e accusato di essere il mandante dell’omicidio di Sebastiano Lamalfa: sentenza poi annullata in cassazione.

Fameli, che oggi vive in un piccolo appartamento in via Boccaccio a Loano, ha raccolto tutte le sue verità in una biografia, “Adesso parla Fameli”. L’ha divisa in tre volumi: una trilogia di cui la terza parte pubblicata in esclusiva su IVG.it. “Dal 1966 a oggi ho raccolto 20.000 fascicoli, e altri 8.000 me li ha sequestrati la Questura in una perquisizione. Ho sempre conservato tutto: già in quegli anni un ex maggiore della finanza mi aveva avvertito, ‘stai prendendo quota velocemente…tieni i documenti, ti serviranno’. E io ho tenuto tutto”.

Il secondo libro della biografia ha fatto molto scalpore su web, dove Fameli ha pubblicato in anteprima alcuni brani. Ed oggi per la prima volta rende pubblico uno stralcio del terzo volume, in esclusiva per Ivg.it. Quelle pagine, sostiene, contengono tutte le informazioni che lo scagionerebbero dalle accuse di questi anni: “Mi sono sentito perseguitato, mi sono successe cose strane. Me l’ha detto anche un avvocato, ‘se uno tocca un giudice ha sempre dei guai’. E oggi questo accade a me. Allora ho scritto l’autobiografia, per raccontare a tutti la verità: qualsiasi cosa trovo io la pubblico, a me quello che succede succede…, tanto ormai ho perso tutto…”.

Nel mirino del suo sfogo anche Christian Abbondanza, presidente della Casa della Legalità, a cui Fameli ha scritto una lettera, imputandogli di non raccontare tutta la verità sul suo conto, ma soltanto le cose negative. “Ogni volta che lo leggo parla della mia detenzione e delle mie presunte collusioni mafiose. Ma non dice che io ne ho fatti arrestare molti e ho subito anche ritorsioni per questo. Come posso essere collegato con loro? Gli ho chiesto gentilmente di mettere la verità, nel bene e nel male. Dica pure che sono stato condannato per associazione a delinquere, anche se non di stampo mafioso, perché è la verità, ma racconti allora anche le cose in cui ho ragione e delle quali sono stato vittima”.

L’ultima vicenda savonese che ha visto coinvolto Fameli è stata l’operazione “Carioca”: un’indagine su vari reati: riciclaggio, trasferimento fraudolento di valori, reati tributari, attività abusiva di intermediazione finanziaria a falso in atti notarili. “L’ultima vicenda è vera, ma non c’entra la mafia – si difende Fameli – Ho fatto il prestanome, ma ero tranquillo. Quando nel 2000 hanno arrestato tutta la famiglia, il processo fu archiviato perché non c’era reato: allora io ho continuato a farlo, perché sapevo che era lecito. Altrimenti non l’avrei più fatto, anzi sono pure stufo di andare ad intestare società ad altri, rimettendoci anche dei soldi”.

Ora, per il prossimo 22 gennaio, è attesa l’udienza a Savona in Tribunale sull’istanza presentata dai legali per il dissequestro dei suoi beni. Altri appuntamenti giudiziari in Corte d’Appello a Genova nei prossimi mesi per condanne in primo grado per usura e sfruttamento della prostituzione.

Immediata la replica di Abbondanza: “Il commendator Antonio Fameli ci scrive per dirci che lui non è mafioso, ribadendo che lui è vittima perché “persona molta perseguitata”, oggetto di malintesi e false accuse. Si lamenta che il Presidente della Casa della Legalità quando parla di lui usa “solo gli aspetti negativi” tralasciando gli aspetti “positivi”. Peccato che quelli “positivi” non esistano, o meglio esistono solo nella mistificazione dei fatti, campo in cui il Fameli è abilissimo…”.

“Il fatto che avesse contatti con soggetti delle forze dell’ordine e che facesse anche denunce, non è affatto “testimonianza” che esclude la mafiosità del Fameli, così come non cancella in alcun i suoi legami con i Gullace-Raso-Albanese, i Piromalli ed i Pesce. Conoscendo un minimo come funziona la ‘ndrangheta, infatti, tale “uso” del rapporto con lo Stato, soprattutto da parte di soggetti che non solo sono legati alla ‘Ndrangheta ma anche alla Massoneria, si è da tempo appreso essere pratica normale per le “regole” stesse della ‘ndrangheta. Concessa quando ciò serve a tutelare gli interessi maggiori dell’organizzazione, perseguendone consistenti benefici” aggiunge, infine, Abbondanza.