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1970-2011, la catena del fango non si spezza: gli “angeli” delle alluvioni tra disperazione e sorrisi

Genova. Due generazioni, accomunate dall’impegno e dalla tragedia di una città eternamente sospesa tra l’illusione di poter imbrigliare la natura e la solidarietà, quando ormai non si può far altro che piangere e spalar via i detriti. Il fango come filo rosso della storia di Genova, fatta di edificazione selvaggia e spericolata e della macabra conta delle vittime, colpevoli solamente di essere nel posto sbagliato nel momento in cui le certezze vengono spazzate via ancora una volta. Da una parte i ragazzi con i capelli ormai grigi, dall’altra i giovani di oggi, che potrebbero essere e sono i loro figli, eredi di lacrime e fango.

angeli del fango alluvione

Due alluvioni a confronto, entrambe devastanti. Una, quella del 1970, troppo in fretta consegnata alla storia; l’altra, quella del 2011, che approderà nelle aule giudiziarie e da cui i pessimisti disperano si possa finalmente imparare qualcosa. Li chiamarono e li chiamano “angeli del fango”, sono loro i veri protagonisti di queste catastrofi. Nome curioso e terribile: “angeli” con le pale al posto delle ali, capaci di gesti di solidarietà che li elevarono agli occhi di Genova, mentre rimasero per giorni e giorni innaturalmente inchiodati a terra, a spalare la melma che aveva invaso la città.

Gli “angeli del fango” si sono incontrati oggi pomeriggio all’Accademia Ligustica per “La catena del fango”, appuntamento che cade nel secondo anniversario dell’alluvione del 2011. Ad organizzare tutto Raffaele Maurici, 14 anni appena nel 1970. “Tutto nasce dopo aver girato un documentario sui volontari dell’ultima alluvione – spiega -. Io andai a spalare quarant’anni fa, proprio nella settimana in cui stavo per iniziare la prima liceo. Sono cresciuto rapidamente, proprio grazie a quell’esperienza: ricordo soprattutto le espressioni molto serie di tutti noi ragazzi e anche il ridere del nulla per scaricare la tensione”.

“Mia madre era una degli “angeli del fango” del ’70 – spiega Laura che nel 2011 era a spalare in piazzale Adriatico. Penso che i sentimenti del 2011 siano simili: eravamo giovani che volevano avere un ruolo attivo, volevano provare a rimarginare le ferite della città. Due anni fa a quest’ora ero su facebook, a guardare cosa succedeva e a domandarmi come potevo dare una mano. abito a s.eusebio zona colpita duramente dall’alluvione”.

Non solo due, ma migliaia di tragedie, tante quanti sono gli “angeli del fango”, di ieri e di oggi. Perché il terribile compito toccato a quei giovani, di allora e di oggi, li ha fatti crescere, ma li ha segnati per sempre. “In fondo – conclude Maurici – gli angeli del fango non sono cambiati molto dal ’70 ad oggi: ci sono sempre le stesse pale, gli stessi abiti pieni di fango, le stesse espressioni. Cambia cosa si sente ed il modo di comunicarlo”.